Assemblee

Risoluzione dell'assemblea OCST-Docenti

Risoluzione dell'assemblea OCST-Docenti del 20 febbraio 2013La protesta contro il taglio dei salari del 2 per cento ha portato a un ridimensionamento importante: la parte di salario fino a 65’000 franchi dei dipendenti è stata preservata dalla scure dei risparmi del Governo.

2011 - Assemblea del Sindacato OCST Docenti

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Risoluzione della trentesima Assemblea del Sindacato OCST Docenti

ADESSO BASTA!

2009 - Assemblea del sindacato OCST docenti

La figura del docente: tra bisogno di educazione e crisi del riconoscimento politico e sociale

Linee per un impegno del sindacato

Relazione presidenziale del Prof. Pietro Ortelli

Signore e signori,

il titolo che abbiamo proposto per questo nostro incontro annuale richiama, anzitutto a noi stessi che qui vi abbiamo convocati, una verità senza la quale sarebbe inutile e insensato il nostro impegno sindacale. Si tratta della consapevolezza, precisa e profonda, che le questioni sindacali in senso stretto – indennità di trasferta, scatti salariali, compensazione del rincaro e vai dicendo – sono soltanto la punta dell’iceberg e non potremmo affrontarle se non vi fosse la parte sommersa, che ha una massa assai maggiore: ovvero una certa idea di scuola, del suo compito, e nello stesso tempo un giudizio sulle condizioni in cui l’istituzione opera nel tentativo di realizzarlo. Un’idea di scuola che a sua volta non potrebbe esserci senza una certa idea di “persona”, continuamente verificata dentro l’esperienza dei rapporti quotidiani.

Su questo noi abbiamo bisogno del confronto con voi, ed anche del vostro conforto, perché nel lavoro è decisivo il fatto di essere insieme con altri, anche se poi nel concreto alcune attività vengono portate avanti da chi riveste funzioni specifiche. L’ideale astratto di scuola, come ogni ideale astratto, può diventare pericoloso: noi non ci muoviamo anzitutto per un ideale astratto (che abbiamo visto tanto spesso trasformarsi in violenza ideologica), per una missione della scuola come, per esempio, “servizio pubblico fondamentale” quando non si sa bene che idea di persona e di libertà, di bene comune stia dietro alla parola “pubblico”.

Io non amo la scuola pubblica, e nemmeno la scuola privata, amo le persone che la frequentano e voglio il bene per loro, ed è a partire da questo che capisco il valore della scuola pubblica e della scuola privata: quando, dietro richiesta, ho assunto questo mandato, l’ho fatto in continuità con un impegno diciamo così spontaneamente germinato nell’autunno del 2003 (l’autunno del nostro scontento), ma se dovessi andare al fondo, alla radice di quell’impegno, vedrei affiorare dei volti, quelli dei miei figli, dei figli di miei amici, quelli di miei allievi. E anche mi verrebbe in mente mio padre, che non ha potuto studiare, ma che aveva una coscienza chiara del valore dello studio (senz’altro maggiore di quella di alcuni docenti che conosco, o di alcuni funzionari dipartimentali).

Mio padre pensava che la scuola pubblica dovesse essere una buona scuola: dovesse consentire anche a chi non è ricco e non è figlio di laureati di determinare il proprio futuro scolastico e professionale senza che avessero peso le condizioni di partenza, ovvero il censo e il ceto sociale. Dove la scuola non è così è una bella fregatura. Tra parentesi, in ultima istanza, è solo in forza di questo, cioè del fatto che facciamo quello che facciamo perché ci crediamo, che ci sentiamo autorizzati a chiedervi di investire un po’ del vostro tempo in questo incontro annuale e non certo per celebrare, in toni più o meno trionfalistici o dimessi, una liturgia rituale. E vi chiediamo di partecipare e di far partecipare: se c’è una convinzione questa si comunica e, di rapporto in rapporto, il nucleo si allarga. E così andiamo avanti, cercando, è chiaro, la massima efficacia, ma anche liberi dagli esiti e perfino, almeno nei momenti più riusciti, divertendoci.

Liberi dagli esiti ho detto, i quali però ci sono stati, a cominciare dell’ottenimento, lo scorso mese di ottobre, della compensazione integrale del rincaro, a conclusione di una decisa azione sindacale in cui siamo stati protagonisti a partire dall’autunno 2007, innalzando il tono del confronto con il Consiglio di Stato e aprendo il varco in cui si sono poi inseriti, insieme con noi e dietro nostro invito, altri sindacati e associazioni. In fondo è da quell’inizio che poi si è arrivati – passando dal tentativo promosso dal Movimento della scuola, nella primavera del 2008, di un documento comune che poi non si riuscì a realizzare – più recentemente, su iniziativa del presidente della VPOD-docenti Adriano Merlini, all’appello “Fermiamo la deriva della scuola in Ticino” di cui siete tutti a conoscenza.

Questa lunga, ma non inutile, credo, premessa ci permette di entrare nel tema che ci siamo proposti di affrontare con grande libertà e pluralità di approcci, perché chiunque di noi è allo stesso modo autorizzato, muovendosi dalla sua esperienza (e dalla riflessione sull’esperienza) a portare il proprio tassello alla composizione di un quadro che, su un disegno di fondo più o meno delineato, non è mai finito e ha bisogno, per tendere a completarsi, di un lavoro d’équipe.

Il professor Gianmaria Martini, docente di economia politica dell’USI, nella sua apprezzata relazione tenuta nell’ambito della manifestazione del primo maggio organizzata dal nostro sindacato con il titolo “Uscire dalla crisi difendere il lavoro” ha tra l’altro formulato due osservazioni che mi hanno fatto pensare. Entrambe sono state proposte nella parte del suo discorso in cui indicava cosa sembra oggi necessario per poter avviare un nuovo ciclo di sviluppo che ci porti fuori dalla crisi. La prima è questa: occorre garantire alle persone effettive possibilità di sviluppo del proprio capitale umano (e collegava a questa esigenza alla qualità dei sistemi scolastici e formativi: notando tra l’altro che quando i figli tendono a rimanere nella stessa condizione sociale e socioculturale dei padri ciò significa che attraverso il curricolo scolastico i migliori non hanno la possibilità di emergere). La seconda è questa: occorre una valorizzazione del lavoro: “Si pensi – ha detto – che la maggior fonte di idee innovative sono i lavoratori (…) non le università, i clienti, i consulenti, eccetera”. È vero che la sua osservazione si riferiva alle imprese, ma anche la scuola, da questo punto di vista, è un’impresa.

La società ticinese è oggi multiculturale, multietnica, multireligiosa, multirazziale. Questo fatto, insieme con altri su cui non ho il tempo di soffermarmi e che potranno magari emergere nella discussione, costituisce uno degli elementi che caratterizzano, per utilizzare una formula nota, l’emergenza educativa.

Possiamo dire che la scuola, rispetto a questo problema, ha un compito educativo di fondo – aiutare la formazione della responsabilità sociale, della cittadinanza (senza cui la convivenza umana si sfalda e si apre alla violenza e alla devianza) – e però, insieme con questo, anche lo scopo, insieme utile e alta, che indicava Martini: quello di riuscire nell’impresa di valorizzare al massimo il capitale umano a disposizione per costruire il futuro. La capacità della scuola di riuscire a integrare è fortemente connessa a questo secondo obiettivo: se non si realizzano le condizioni per una mobilità verticale accessibile a tutti, prima o poi si verifica la marginalizzazione di interi gruppi, con tutti i problemi che ne derivano.

Finora, in Ticino, bene o male, la scuola è riuscita accettabilmente a perseguire entrambi gli obbiettivi: risultando, allo stesso tempo, un mezzo di integrazione sociale e di mobilità verticale (ci sono figli di immigrati extraeuropei che attraverso il nostro sistema scolastico ticinese sono arrivati fino al mestiere di docente universitario). Però adesso questa capacità è minacciata: da fattori esterni, cioè l’aggravarsi dell’emergenza educativa, e da fattori interni, cioè la diminuzione, proprio mentre le difficoltà si fanno maggiori, dell’investimento non solo economico e politico, ma anche di progettualità, di riflessione lungimirante, di spinta ideale.

La questione che la scuola ticinese ha davanti è questa: sarà capace di affrontare adeguatamente le circostanze più difficili che deve affrontare, se non dall’inizio della sua storia, almeno dall’inizio del dopoguerra? Oppure, per esprimere l’interrogativo in modo diverso, come sarà la nostra scuola tra dieci, tra venti anni? I segnali non sono buoni. Senza ingombrare il campo con troppe cifre ne cito una significativa: il numero di allievi per classe nella scuola media (20.5) è ormai il più alto in Svizzera (superfluo precisare che i salari, simmetricamente, sono i più bassi in Svizzera).

Questo dato, di per sé significativo, assume rilievo ancora maggiore se si tien conto che la scuola media ticinese ha al suo interno anche quella percentuale di allievi che negli altri cantoni sono affidati alle scuole speciali (residuo nobile di quel grande progetto che è stata la scuola media). Insieme con peggioramenti come questi è anche indebolita, da una politica scolastica a nostro avviso miope e mediocre, la figura del docente, cui viene sottratto riconoscimento politico, economico, sociale: ma il docente – e qui veniamo a un nostro noto cavallo di battaglia – è il cardine di ogni sistema scolastico: in assenza di insegnanti competenti, ambiziosi e sicuri, le riforme e i programmi, gli obbiettivi della formazione, rimangono sulla carta e la qualità della scuola si abbassa. Il docente deve secondo noi essere parte in causa di ogni progetto di scuola (si pensi alla seconda osservazione del professor Martini) Vorrei richiamare l’attenzione su di un fatto di cui si parla poco e che invece è fondamentale. È iniziato un cambiamento generazionale che si  ompleterà in meno di un decennio: in questo periodo uscirà per anzianità dall’insegnamento una fascia percentualmente assai rilevante (il forte gruppo di coloro che sono entrati negli anni Settanta e all’inizio degli anni Ottanta) e quindi per lungo tempo la qualità della scuola ticinese sarà determinata dal considerevolissimo numero dei neoassunti di questi anni. A noi sembra che su questo i responsabili della politica scolastica, i partiti e la società non abbiano riflettuto a sufficienza: occorre tornare a ragionare di scuola senza dare per scontato che i risultati del passato siano più o meno, così, per forza d’inerzia, garantiti per il futuro.

Occorre creare le premesse perché la scuola possa funzionare con condizioni esterne anche più difficili di quelle di oggi, che sono già più impegnative anche solo rispetto a dieci anni fa.

Secondo noi sono più che mai importanti, anzi decisivi due aspetti, per la qualità della scuola dei prossimi decenni: da una parte la qualità dei candidati, e dall’altra la qualità dell’abilitazione: si deve fare di tutto per favorire l’entrata dei migliori, prevedendo anche soluzioni ad hoc per candidati dal profilo scientifico alto, consentendo loro di iniziare subito ad insegnare senza doversi assumere il costo di due o tre semestri a tempo pieno. Una scelta di questo tipo è poi veramente indispensabile per lo meno nelle discipline in cui mancano candidati con il titolo di studio richiesto (si pensi alla matematica).

Però al momento poco o nulla si muove, né su questo piano né rispetto ad altre carenze che il nostro sindacato segnala da tempo. Nessun cambiamento di rotta neppure accennato, nessun segnale a una classe magistrale che vive ogni giorno sul posto di lavoro un degrado visibile anche solo rispetto a un passato recente, nessun gesto che indichi anche semplicemente la volontà di prendere sul serio il disagio degli insegnanti, delle loro associazioni, dei sindacati, di ascoltarli davvero. La politica scolastica continua ad essere decisa dall’eterna emergenza finanziaria.

Occorrerebbe invece, come s’è visto, impostare una politica lungimirante, volta a riqualificare la professione del docente sul piano delle condizioni di lavoro e del trattamento salariale, del rapporto d’impiego, dell’abilitazione e dell’aggiornamento, investendo su di lui, mantenendo appetibile e competitiva la professione sul mercato del lavoro, attirando e trattenendo nella scuola giovani fra i migliori: a fare la scuola sono i docenti. L’abbiamo sottolineato mille volte: buona scuola uguale buoni docenti. Questa è la verità semplicissima che dovrebbe informare di sé la politica scolastica.

Non possiamo al riguardo non ricordare che il nostro sindacato considera urgenti almeno due misure, che sono poi anche quelle riprese dal recente appello: la soppressione delle discriminazioni salariali per i docenti giovani, e la riduzione delle ore di insegnamento settimanali per i docenti anziani.