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La notizia è talmente assurda che sembra quasi irreale: con una lettera datata al 30 aprile (quindi nel pieno dell’emergenza Covid-19) ma resa pubblica soltanto oggi, Regione Lombardia e Canton Ticino hanno richiesto ufficialmente ai propri Governi nazionali di ratificare il nuovo Accordo fiscale sulla tassazione dei frontalieri negoziato nel 2015 che – lo ricordiamo – prevedrebbe l’imposizione dei redditi dei frontalieri in Italia e la fine del meccanismo dei ristorni, con conseguenze molto pesanti per i lavoratori e i Comuni di frontiera.

 Non solo. Nella lettera firmata da Attilio Fontana e Christian Vitta, rispettivamente presidente di Regione Lombardia ed ex presidente del Consiglio di Stato ticinese, vengono addirittura rivendicate per i lavoratori delle condizioni peggiori di quelle inserite nel testo originale!

Le richieste sono molto esplicite e chiare: immediata cancellazione del vecchio Accordo del 1974, entrata in vigore immediata del testo del 2015, aliquote agevolate solo per i vecchi frontalieri e solo per un numero molto limitato di anni (due/tre, in luogo dei dieci inizialmente promessi).

Nella lettera viene poi esplicitamente detto che Regione Lombardia e Canton Ticino sarebbero giunti a queste conclusioni anche dopo aver sentito i sindacati italiani e svizzeri e i rappresentanti dei Comuni. Nulla è più falso di questo e ci riteniamo molto turbati da queste parole che riteniamo sleali. La verità è che Canton Ticino e Regione Lombardia ricevettero i sindacati e i sindaci dei Comuni una sola volta nell’aprile del 2019, come da noi puntualmente comunicato a tutti gli associati. In quella occasione il nostro sindacato presentò un testo molto corposo pieno di proposte volte a limitare al massimo l’impatto dell’Accordo sui frontalieri: imposizione in Italia su una fetta ridotta del reddito, aumento delle franchigie fiscali, sgravi ulteriori per chi ha carichi di famiglia sui livelli di quelli previsti in Svizzera, entrata in vigore spalmata su quindici anni ed altro ancora.

Appare quindi evidente che la Regione e il Cantone non hanno tenuto in conto di nessuna di queste richieste e ancora meno di quelle dei sindaci che rivendicavano il mantenimento dei ristorni. In sintesi questa azione improvvisa di Regione Lombardia e Canton Ticino ci turba molto e ci sconcerta per queste ragioni:

- La lettera è stata inviata senza nemmeno informare gli enti locali e le parti sociali.

- Le condizioni richieste dai due esecutivi sono le peggiori possibili per i lavoratori e le comunità di frontiera in quanto riducono le persone a vere e proprie arance da spremere.

- Una rivendicazione del genere in questo momento di crisi sanitaria è del tutto irresponsabile in quanto il mercato del lavoro risentirà già in modo grave delle ripercussioni del virus.

- Il lavoro tecnico e qualificato svolto dai nostri Uffici non è stato tenuto minimamente in conto, segno ulteriore di un totale disinteresse per l’economia domestica delle famiglie.

- Colpisce infine ravvisare che l’esecutivo della Regione Lombardia – che a parole costruì la sua campagna elettorale sui frontalieri – ora porti avanti un’operazione del tutto contraria ai frontalieri stessi, senza nemmeno ascoltare le richieste di chi (davvero) li rappresenta.

Noi però non stiamo fermi a guardare né mai lo faremo. Per questo abbiamo già preso contatto con alcuni rappresentanti del Governo nazionale a Roma richiedendo che non vengano portate avanti le richieste inserite nella lettera. A breve prenderemo contatto anche con il Consiglio di Stato ticinese affinché venga chiarito come mai si è proceduti in questa direzione senza nemmeno informare il sindacato.

In sintesi richiederemo agli Stati di bloccare ogni decisione di ratifica e rinviare le discussioni a dopo la fine dell’emergenza sanitaria quando conosceremo la nuova faccia che avranno assunto il mercato del lavoro e il tessuto socio-economico del territorio di frontiera e così studiare – questa volta in modo serio e leale – proposte responsabili che limitino gli impatti sui lavoratori e le loro famiglie.