A Caslano verrà prodotta presto l’ultima scarpa Bally “made in Switzerland”. E forse la parte più amara della vicenda è proprio questa: capire che, per certi fondi d’investimento, un marchio storico vale più della sua storia.
Gli ultimi 27 operai dello stabilimento Bally di Caslano hanno ricevuto la comunicazione di licenziamento. Dopo l’estate resteranno attivi soltanto gli uffici amministrativi. Due anni fa, nel sito ticinese, lavoravano circa 250 persone.
La chiusura della produzione arriva dopo mesi di ridimensionamenti: centinaia di licenziamenti, riduzioni della percentuale lavorativa e progressive ristrutturazioni aziendali. Tutto questo dopo l’acquisizione del marchio da parte del fondo statunitense Regent LP nell’agosto 2024.
Nel precedente piano sociale, negoziato dopo i secondi importanti tagli, era stata inserita una clausola valida per 12 mesi che prevedeva condizioni migliorative anche in caso di ulteriori licenziamenti collettivi. Una scelta che, già allora, lasciava intuire il timore concreto che la ristrutturazione non fosse destinata a fermarsi. Per gli ultimi lavoratori coinvolti sono così state confermate misure superiori al minimo legale: tre mesi di preavviso, tre mensilità di buonuscita e ulteriori indennità in determinati casi.
Ed è forse qui che emerge la questione più profonda.
Perché Bally non è un’azienda qualunque. Bally era – o forse sarebbe meglio dire “è stata” – un pezzo di manifattura svizzera, un simbolo di artigianato, qualità e identità industriale. Ma nel momento in cui una realtà di questo tipo entra nelle logiche dei grandi fondi internazionali, il rischio è che il prodotto smetta di essere il centro. A restare centrale diventa il marchio, il valore finanziario del nome, la sua commerciabilità globale.
La produzione, invece, diventa semplicemente un costo da comprimere.
E allora accade qualcosa di paradossale: si continua a vendere nel mondo l’immagine del lusso svizzero, mentre la Svizzera smette lentamente di produrlo davvero.
Negli ultimi anni, OCST più volte espresso il timore che il fondo proprietario di Bally voglia soprattutto mantenere la proprietà del brand, riducendo però progressivamente se non definitivamente la presenza produttiva sul territorio.
È una dinamica che non riguarda soltanto Bally. Riguarda un modello economico sempre più dominato dalla finanza internazionale, dove aziende storiche vengono acquistate non tanto per svilupparne il radicamento industriale, quanto per valorizzarne il marchio, alleggerire i costi e aumentare la redditività nel breve periodo.
Ma un marchio come Bally senza operai - artigiani che lo valorizzano e senza territorio, col tempo rischia di diventare soltanto un logo.
E quanto può sopravvivere l’anima di un marchio storico, quando la sua storia smette di avere valore?