Giornate lavorative di 8 ore al massimo, riconoscimento dei tempi di trasferta, aumento e adeguamento automatico del salario. È quello che hanno rivendicato i circa 2500 lavoratori edili scesi in piazza lunedì 20 ottobre a Bellinzona nel contesto di una giornata cantonale di mobilitazione del settore che ha paralizzato l’attività di oltre il 90% dei principali cantieri in Ticino.

Una mobilitazione in risposta allo stallo dei negoziati per il rinnovo del Contratto nazionale mantello (CNM) e, in Ticino, al mancato avvio di quelli sul CCL cantonale, che, come il CNM, scade alla fine di quest’anno. E in risposta alle provocazioni della Società svizzera degli impresari costruttori (SSIC), la quale oltre a rifiutarsi di entrare in materia sulle richieste degli edili che non ne possono più di ritmi e orari di lavoro incompatibili con la vita privata e familiare, propone settimane lavorative da 50 ore, la trasformazione del sabato in una normale giornata di lavoro, un ulteriore aumento della flessibilità, l’abolizione delle protezioni contro il licenziamento e la diminuzione delle indennità in caso di malattia o infortunio.
Da qui la richiesta alla SSIC di «maggiore serietà e senso di responsabilità nella ricerca di un accordo sul CNM», si legge nella risoluzione (vedi box grigio) adottata all’unanimità dai lavoratori, riuniti lunedì in assemblea all’Espocentro di Bellinzona. «Il vuoto contrattuale che si prospetta a partire dal 1. gennaio 2026 avrebbe gravi conseguenze in Ticino, regione più esposta delle altre ai pericoli di dumping salariale e di malaedilizia. A maggior ragione in una fase storica già segnata da una pericolosa carenza di personale, in particolare quello qualificato», si mette in guardia nella risoluzione, con cui i lavoratori hanno rinnovato il mandato ai sindacati «affinché continuino a tutelare la dignità del lavoro, così come la sicurezza e la salute di tutti i lavoratori impegnati nel settore».
«Ormai gli Impresari costruttori hanno smesso di fare gli imprenditori per fare solo i padroni», ha dal canto suo osservato Paolo Locatelli, responsabile del settore edilizia OCST. «Le loro proposte sono assurde. Vogliono disintegrare la vita sociale dei lavoratori e allontanarli dal settore. Stanno segando il ramo su cui sono seduti», ha aggiunto.
I lavoratori presenti erano arrabbiati e determinati, come si è potuto constatare durante l’assemblea del mattino e nel lungo e colorato corteo che ha attraversato le vie del centro. Facendo tappa tra l’altro alla sede della SSIC di viale Portone, che è stata avvolta da una nube di fumo colorato che si alzava dai fumogeni e dove i manifestanti hanno fatto sentire forte e chiaro il loro messaggio agli impresari costruttori: «Vergogna, vergogna» e bordate di fischi.
La giornata in Ticino è stata il primo moto dell’ondata di proteste che nelle prossime settimane toccherà le altre regioni del paese: Berna il 31 ottobre, la Romandia il 3 e 4 novembre, la Svizzera nord-occidentale il 7, e il 14 novembre Zurigo e altri centri della Svizzera tedesca.

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