L'ultimissima grave questione a cui Mons. Del-Pietro si dedica alla fine di agosto 1977 è quella riguardante la Monteforno, che come leventinese sente moltissimo: stava collaborando a cercare per quella importante ditta degli imprenditori ticinesi, convinto che questi avrebbero potuto avere a cuore le sorti della fabbrica meglio degli industriali svizzero-tedeschi.
Ammalato a partire dagli primi anni Settanta, Del-Pietro muore sul suo tavolo di lavoro il 29 agosto 1977, lasciando un grande vuoto nel Ticino civile e religioso.
Del-Pietro rimase ai vertici del sindacato dal 1929 al 1977, dunque per ben 48 anni, e visse il passaggio da una società tradizionale e ancora in buona parte rurale ad una società moderna e terziarizzata.
Tra i principali riconoscimenti religiosi si ricordano il titolo di Monsignore nel 1952, la sua partecipazione ai lavori del Concilio Vaticano Secondo (1962-65), la nomina di dottore Honoris Causa in Diritto del Lavoro all'università Lateranense nel 1972 e la nomina da parte del Papa Paolo VI quale Protonorario apostolico soprannumerario nel 1976.
Alla fine degli anni'60 e soprattutto all'inizio degli anni '70 le questioni sindacali non si limitano agli aumenti salariali, ma sono soprattutto legati all'estensione della sicurezza sociale e di diminuzione della durata del lavoro. Inizia la battaglia per una partecipazione dei lavoratori alle decisioni delle aziende e alle responsabilità economiche e sociali (nel 1969 Del-Pietro dice a proposito che fino ad allora in fondo si era fatto solo del "paleosindacalismo"...); iniziano nuovi problemi a livello sindacale generale. Si tratta delle prime avvisaglie di alcune grosse questioni che oggi sono più che mai attuali: la constatazione che il periodo di benessere non è perpetuo, l'automatizzazione crescente, l'introduzione delle prime nuove tecnologie, il forte sviluppo del settore terziario (restio in genere alla sindacalizzazione), ecc. Del-Pietro, ormai piuttosto anziano e con una salute non sempre buona, deve dedicare le ultime energie a questi problemi.
Il vento del '68 raggiunge, pur se più debole rispetto all'estero, anche il nostro paese. Mons. Del-Pietro, che pure quando ne reputa il caso non ha mai certo disdegnato alleanze e azioni comuni anche con le forze di sinistra, accoglie in genere con sospetto le critiche dei contestatori. Per esempio il documento politico del movimento giovanile del PCD del gennaio 1969, nel quale tra l'altro si propone di rinunciare a ogni riferimento al cristianesimo e alla dottrina sociale della Chiesa, vede Del-Pietro prendere una chiarissima posizione contraria. In questo scontro politico-culturale il Monsignore non ha dubbi: il "progressismo" svincolato dai saldi principi legati al magistero sociale non è un utile strumento del far politica.
Negli anni Sessanta la politica in favore dei lavoratori stranieri ha successo al punto che da allora i membri stranieri del sindacato superano quelli svizzeri; l'OCST passa dai circa 10mila membri della metà degli anni '50 (quasi tutti svizzeri) ai 23700 del 1965 e ai 32300 del 1975; la proporzione, grazie soprattutto anche alla sindacalizzazione di molti frontalieri, è ormai quasi di due a uno. Ma non è certo per considerazioni di numero, bensì per piena solidarietà umana e cristiana che Del-Pietro si batte subito contro le minacce xenofobe di quegli anni, e favorisce molte istituzioni e una legislazioni a favore di queste persone (vi saranno anche grossi problemi, ricordo solo di sfuggita le delicate vicende legate alla questione INAM negli anni '60 e '70).
Oltre all'apertura di vari segretariati regionali, l'OCST inaugura o potenzia una serie di nuovi servizi e istituzioni: la cassa di assicurazione contro la disoccupazione, vari servizi assicurativi, alcuni centri di vacanza in montagna (il primo già a Corzoneso nel 1934) e al mare (il primo a Bordighera nel 1937), dei soggiorni di cura, la VIVAT, ecc.; e naturalmente la Cassa malati Cristiano-sociale. In fondo credo si possa dire che queste istituzioni, nella visione di Del-Pietro, sono le opere che danno corpo agli importanti principi di solidarietà, di sussidiarietà e di ricerca del bene comune, base della dottrina sociale della Chiesa. Nel 1971 vi è l'apertura della nuova Casa del Popolo in via Balestra, segno delle nuove dimensioni dell'Organizzazione.
Angelo Pellegrini nel 1960 diventa consigliere di Stato, e vi rimane per otto anni. Del-Pietro intanto con i suoi sindacalisti impegnati in politica cerca di stabilire anche formalmente dei rapporti chiari col PCD, stabilendo degli obiettivi da raggiungere in ogni legislatura. In pratica si costituisce internamente una "Commissione politica" dei cristiano-sociali, composta dagli eletti in Gran Consiglio, mentre Del-Pietro tiene un filo diretto col presidente del PDC. Col suo carattere forte ha degli scontri con alcuni dirigenti del partito; d'altra parte è vero (è un tratto del suo carattere) che dopo momenti di profondo litigio, passata la bufera, era anche disponibile a diventare amico della persona col quale aveva litigato (questo successe anche con vari imprenditori, coi quali magari dopo un duro sciopero allacciò poi cordiali legami).
In occasione del Concilio Vaticano Secondo (1962-65), il vescovo Jelmini sceglie mons. Del-Pietro come uno dei suoi principali consiglieri, che inizia così a partecipare a molte commissioni preparatorie; l'ormai non più giovane sacerdote leventinese ha l'onore di partecipare ad alcune sedute del Concilio, per il quale dà anche molto tempo (il fatto che stesse assente per alcune settimane di seguito non era certo.... indolore per i suoi collaboratori dell'OCST). Certo non deve essere stato sempre facile per Del-Pietro, formatosi negli anni Venti e Trenta, accettare le novità dell'"aggiornamento" del Vaticano Secondo, eppure ancora una volta riesce a ripartire e ad entusiasmarsi per i nuovi documenti pontifici. Partecipa pure in seguito, con il suo solito stile da protagonista, ad alcune delle nuove strutture diocesane del dopo Concilio, per esempio al Consiglio del Clero (dal 1967) e - col nuovo vescovo mons. Martinoli - al Sinodo (dal '72 al '74). Scelto personalmente dal vescovo per il Sinodo diocesano, Del-Pietro diventa in particolare il consigliere di fiducia nelle delicate questioni che toccano il rapporto Stato - Chiesa (vedi per es. il dibattito sull'articolo primo della Costituzione cantonale). Di fronte alle contestazioni ecclesiali, tipiche di quegli anni, Mons. Del-Pietro assume una posizione critica, sempre fedele alla sua linea di assoluta ortodossia all'autorità vescovile e papale. Come già ricordato, gli ultimi anni della sua vita sono caratterizzati da numerose e importanti riconoscimenti ufficiali.
A partire dagli anni Cinquanta si assiste anche in Ticino al boom economico che porta il nostro cantone nella modernità, pur con tutta una serie di problemi di dipendenza economica che purtroppo ben conosciamo. Il Ticino smette di essere un cantone esportatore di manodopera e si sviluppa una forte immigrazione di lavoratori esteri, mentre i ticinesi passano sempre di più al settore dei servizi. Tutto questo permette un certo miglioramento del livello di vita, mentre - sempre sotto la pressione del movimento dei lavoratori - inizia la costruzione dello Stato sociale. Per Del-Pietro diventa chiaro che è servendo l'etica, è promovendo la giustizia sociale, è mettendo l'uomo al centro dell'economia che si serve il progresso economico che ormai si sta diffondendo; il progresso sociale deve diventare il motore del progresso economico. Per il sindacato comunque gli importanti cambiamenti di quegli anni comportano concretamente nuovi problemi: da una parte gli impiegati (ticinesi) del terziario non si sindacalizzano facilmente, come pure i lavoratori stranieri soprattutto all'inizio stanno spesso lontano dai sindacati. Don Del-Pietro ha il merito di capire questi nuovi tempi e si lancia in una campagna a favore della sindacalizzazione degli immigrati. Bisogna dire che questo fatto non era scontato: nell'immediato dopoguerra il sindacato aveva avuto un atteggiamento prudente, a volte quasi ostile, verso i lavoratori stranieri che molti ticinesi vedevano come pericolosi concorrenti, disponibili a basse paghe. Del-Pietro invece, a differenza anche di qualche dirigente sindacale, accoglie con cordiale spirito cristiano questi nuovi lavoratori, per i quali domanda subito le stesse condizioni di lavoro degli indigeni.
Fra il 1956 e il 1958 intanto due importanti dibattiti interessano il cantone: la nuova legge scolastica (ne parlerò in seguito) e la creazione dell'azienda elettrica ticinese. Quest'ultima questione ruotava intorno al dibattito sul riscatto della Biaschina, per un possibile sfruttamento comune da parte di vari partners tra cui lo Stato. Del-Pietro prende posizione a favore del diritto dello Stato di rivendicare lo sfruttamento delle acque, e dunque per la creazione dell'Azienda Elettrica Ticinese (AET), una posizione analoga a quella dei socialisti e che si scontra con una parte del mondo cattolico (tra cui don Leber e il Giornale del Popolo). In seguito, e fino alla sua scomparsa, diventa un apprezzato membro del Consiglio di amministrazione dell'AET. Da notare che il segretario sindacale viene chiamato progressivamente in moltissime commissioni, in cui porta la sua competenza e la serietà della sua documentazione; già alla fine degli anni '40 era entrato anche - caso singolare per un sacerdote - a far parte della direttiva del Partito Conservatore Democratico.