Quando Del-Pietro, per decisione vescovile, nel 1929 prende in mano il sindacato, la situazione non può essere peggiore: pochissimi aderenti, monopolio sindacale della Camera del Lavoro, incomprensione di molti cattolici tradizionalisti, scoppio della Grande Crisi (dopo un paio di mesi dall'assunzione del segretariato!). Del-Pietro prenderà questa missione molto seriamente, diventando quest'ultima per lui un inscindibile impegno sindacale e di annuncio del cristianesimo ai lavoratori.
Il 1. settembre 1929 entra in carica come segretario cantonale dell'OCST, alla quale imprime ben presto una sua particolare fisionomia. Personalità complessa, brillante giornalista e polemista prima su La Famiglia, poi  sul Lavoro (quando finalmente nel 1933 può riprendere le sue pubblicazioni) e a volte sul Giornale del Popolo, nel dopoguerra Del-Pietro si afferma come un vero protagonista carismatico  nel campo  sociale, sindacale ed economico. Dotato di forte personalità,  capacità di lavoro e di organizzazione, si dedica senza riserve con un impegno da pioniere alla ricostruzione del movimento cristiano-sociale. Il suo carattere di combattente si forma negli anni Trenta, in lotta sia con gli ambienti di sinistra, che fino a quel punto avevano avuto in pratica il monopolio dei sindacati, che con gli ambienti di destra, in particolare con il padronato cattolico conservatore che mal vedeva un prete avanzare rivendicazioni sociali contro di esso. 
Del-Pietro inizia comunque subito con grande entusiasmo e un'attività frenetica: riunioni di propaganda con gli operai, conferenze (già nel febbraio 1930 organizza una "settimana sociale", cioè un ciclo di conferenze dedicato al tema "la questione sociale e il cristianesimo"), contatti con molte persone, richieste di sussidio, ecc. In quei primissimi anni l'attività di don Del Pietro è veramente impressionante, e svolta con pochissimi mezzi; nell'archivio dell'OCST è conservata una lettera del 1934 indirizzata a sua zia, in cui scrive che il comitato cantonale lo ha finalmente autorizzato ad acquistare un'automobile; però i soldi sono pochi e allora le domanda un prestito di 2000 franchi... (ma, assicura, il Segretariato garantisce il rimborso integrale e i relativi interessi). 

Sempre di più sia i vescovi Jelmini e Martinoli che i dirigenti del partito di ispirazione cristiana lo chiamano  come consulente e collaboratore in occasione delle più importanti questioni nei rispettivi ambiti. Del-Pietro diventa membro di innumerevoli comitati e associazioni cantonali e federali, sempre portando la sua preziosa visione critica. 

Don Del-Pietro in quegli anni, di fronte alla crisi del liberalismo, alla  Grande Crisi economica e alla minaccia del comunismo e del socialismo, si entusiasma per il progetto corporativo, illustrato da papa Pio XI nell'enciclica Quadragesimo Anno del 1931 ma da lui già conosciuto fin dalla sua permanenza a Friborgo grazie alla sua amicizia con l'abate Savoy; nella Rerum Novarum del 1891 vi erano del resto degli spunti in questo senso. La corporazione consisteva in un ambizioso progetto di riforma sociale ed economica basato sulla volontà di ricostituire le professioni in un clima di collaborazione e pace sociale tra organizzazioni sindacali e padronali, che si sarebbero poi date delle istituzioni comuni. Questa idea, tipica della dottrina sociale cattolica di quel tempo, negli anni '20 e  negli anni '30 viene ripresa con una variante autoritaria di imposizione statale e di supremazia padronale dalle dittature fasciste e naziste. Del-Pietro ha dunque il difficile compito di difendere il suo modello di corporazione democratica - "il sindacato libero nella corporazione obbligatoria" - attaccato naturalmente dalla sinistra e anche dai gruppi di destra (famosa una polemica a proposito nel 1933 tra Il Lavoro  e Idea Nazionale, giornale degli ambienti filofascisti nostrani, tra Del-Pietro e Biucchi). L'abbandono dell'idea corporativa - ormai squalificata dal modello autoritario - da parte di don Del-Pietro avviene (senza particolari spiegazioni teoriche) alla fine della seconda guerra mondiale, anche se ancora per qualche anno persisteranno i riferimenti alla necessità di una ricostruzione delle professioni, o comunità professionale (sul "il Lavoro" il motto "Per una Svizzera cristiana, federalista e corporatista", comparso nel 1939, resiste per 10 anni...).