Nell’ultimo speciale per il centenario abbiamo visto come «il Lavoro» ha raccontato ai ticinesi l’inizio del secondo conflitto mondiale e la crisi interna che esso ha generato. In questo numero, invece, concluderemo il conflitto e parleremo della censura che ha minacciato il giornale, dei grandi scioperi e di alcune speranze per il mondo del dopoguerra. Perché l’insegnamento di tutti quelli che hanno scritto le pagine di questo giornale nel periodo più nero della sua esistenza è sempre e solo uno: lottare, lottare affinché la giustizia prevalga sempre. 

Censura
Durante i periodi di grave pericolo nazionale, la Confederazione e l’esercito si prendono il diritto di assumere un maggiore controllo sui giornali e la narrativa nazionale. In particolare, nella Seconda Guerra mondiale la propaganda e la ricerca del consenso raggiungono livelli mai visti prima. Non stupisce quindi che anche «il Lavoro» sia stato richiamato e soggetto a censura. Ciò avviene una sola volta però, nel gennaio 1940, con una lettera di richiamo per due articoli intitolati «Una sordida speculazione» e «Servizio obbligatorio del lavoro militarizzato e dei sussidi». 
Il primo è un articolo molto acceso in cui si accusa di opportunismo della presunta pratica del genio militare, cioè di sfruttare gli operai approfittando della situazione di crisi. Un’attività che «il Lavoro» definisce «un ricatto» che non esita a criticare e osteggiare. 
Il secondo articolo invece parla di una mobilitazione al servizio di disoccupati fatta dal dipartimento cantonale. Ciò che fa indignare il giornale è la mobilitazione anche di persone che avevano finito il proprio servizio attivo. 
La lettera della censura arriva tempestiva: è infatti datata lo stesso giorno dell’uscita dei due articoli. Il giornale viene accusato di aver ignorato le prescrizioni della Confederazione indicate a inizio guerra riguardo le esternazioni che potrebbero compromettere la disciplina e il morale dell’esercito. In particolare il tono usato nei due articoli e alcune specifiche uscite vengono accusate di incitare il malcontento e creare fratture interne. 
In virtù del fatto che «il Lavoro», fino a quel momento, non aveva mai causato problemi o avuto screzi con la censura, la lettera si limita dunque ad ammonire. Ciononostante, le minacce della censura sono reali e «il Lavoro» nei successivi anni di guerra cercherà sempre di usare un tono più pacato quando si parlerà dell’esercito.

Scarica e leggi l'articolo intero>>