Il tempo passa e non si ferma mai. In questi articoli per il Centenario de «il Lavoro» abbiamo visto come un secolo di avvenimenti sia passato dalle pagine di un giornale militante ticinese.
In questo articolo parleremo della reazione a Solidarność, un evento storico spesso dimenticato che ha però toccato nel profondo sia la redazione de «il Lavoro» che i vertici sindacali OCST, concentrandoci sulle riflessioni di Monsignor Biffi sul tema in occasione dei vent’anni dalla sua scomparsa.
In seguito, parleremo della morte di Monsignor Del-Pietro, avvenuta nel 1977, un momento di lutto e di grande riflessione interna per tutto il mondo sindacale ticinese.
Solidarietà e socialismo: Danzica 1980
Lo sfondo della nostra storia è la Guerra Fredda: siamo nel 1980 e, dopo un periodo di distensione, la situazione torna a farsi tesa.
A occidente Ronald Reagan diventa presidente degli Stati Uniti, mentre a est l’Unione Sovietica avvia un lungo intervento militare in Afghanistan.
A Berlino il muro è ancora saldo, e intanto, in una vivace città del nord della Polonia, iniziano le prime manifestazioni.
Il 29 agosto, nella prima pagina de «il Lavoro», appare un piccolo specchietto che racconta le rimostranze dei manifestanti sindacali: risalta in particolare, sotto il Patto di Varsavia, la richiesta di libertà sindacale.
«Alla solidarietà con i lavoratori polacchi in lotta, uniamo l’augurio perché le loro fondamentali richieste siano finalmente accolte, in modo da raggiungere quelle libertà troppo a lungo negate. È poco… ma è tutto quello che possiamo dare».
Nelle settimane successive, Monsignor Biffi ci offre un’amara riflessione sulla situazione polacca: a distanza di trentacinque anni dall’avvento del governo dei lavoratori in Polonia, l’utopia socialista non è riuscita a realizzarsi e i lavoratori devono ancora combattere per i propri diritti.
Il motivo del fallimento non va però ricercato nel socialismo in sé, secondo Don Biffi, bensì nell’assenza di democrazia e nell’oppressione del regime sovietico.
Per il Monsignore, la chiave di lettura della situazione sta nelle parole di Papa Paolo VI: «Anche le più rivoluzionarie ideologie otterranno soltanto un cambio di padroni: insediati a loro volta al potere, i nuovi padroni si circondano di privilegi, limitano le libertà e permettono che si instaurino altre forme di ingiustizia».
Nelle parole di Don Biffi emerge chiaramente l’apparente assurdità della situazione: i lavoratori manifestano contro il governo dei lavoratori.
Questi stendono un elenco di ventuno richieste, ma è sintomatico che le prime cinque siano domande di libertà e non di vantaggi materiali: le stesse della prima grande rivoluzione francese, come nota con velata ironia, Monsignor Biffi.
In un articolo pubblicato alcune settimane dopo, «il Lavoro» parla del rapporto fra Chiesa e rivoluzione.
Lo schierarsi delle autorità religiose polacche al fianco dei lavoratori viene descritto come una vittoria del proletariato. I lavoratori, insieme alla Chiesa, sembrano aver sconfitto il partito di stato comunista.
Nasce così una rivoluzione «pacifica», criticata dai movimenti occidentali più estremi, ma definita da Monsignor Biffi un grande esempio di dignità umana.
Basta dunque questo per consentire ai polacchi di ottenere il diritto di sciopero e la creazione di sindacati indipendenti.
«Si autorizzano gli operai a scioperare contro gli operai» sottolinea il Monsignore, e ciò avviene perché la classe operaia al potere non è riuscita a difendere gli interessi della classe operaia effettiva.
Tutto questo sembra un controsenso logico, ma aiuta a comprendere un sistema politico, quello sovietico/comunista, che ha raggiunto i limiti delle sue possibilità per ragioni esterne e interne.
A ottobre il congresso polacco redige un documento: «La Solidarietà è la lotta per il miglioramento delle condizioni di vita di tutti gli operai», recita un messaggio diretto a tutti gli operai del blocco sovietico.
Una rivolta contro la censura, contro le ipocrisie, ma non contro gli ideali di un mondo che vuole tutelare la classe lavoratrice a ogni costo.
Con queste parole, a novembre, nasce ufficialmente il sindacato indipendente Solidarność guidato da Lech Wałęsa.
Il nome «solidarietà» vuole essere una promessa per un nuovo modo di lottare insieme, una promessa per un mondo migliore.
Nessun uomo è un’isola
Purtroppo però gli ideali di Solidarność verranno messi ben presto a dura prova: nel 1981, infatti, il governo comunista dichiarerà la legge marziale. Il generale Jaruzelski assumerà poteri speciali, teoricamente previsti solo in casi di guerra, e avvierà una dura repressione del movimento sindacale indipendente. In risposta a questa piega degli eventi, appare in prima pagina, anzi occupandola interamente, un sentito appello firmato direttamente dall’OCST: «Nel segno della solidarietà». Una denuncia delle violenze del regime polacco e un invito al ritorno ai valori fondanti della dottrina sociale.
L’uomo deve essere il centro delle scelte di vita e, nella tensione tra i diritti e i bisogni dell’individuo e quelli dell’intera società, si trova l’unica via percorribile per garantire pace e benessere. Nel momento in cui in Polonia il sindacato è sottoposto a una violenta repressione, una frase rappresenta la vicinanza dell’OCST: «Solidarność è stato momentaneamente e parzialmente imbavagliato: dobbiamo saper parlare al suo posto».
Ma, ricorda il sindacato ticinese, se Solidarność è stato attaccato con tutta la forza disponibile dal regime di Jaruzelski, allora significa che la via tracciata dai «ribelli» polacchi stava ottenendo risultati concreti e un sostegno sempre più ampio. Questo sostegno, scrive «il Lavoro», può però avvenire solo se si riscoprono i valori autentici della solidarietà anche in Ticino. Per i sindacalisti dell’epoca, dunque, il movimento polacco vuole essere anche un invito all’unità e alla riscoperta dei propri valori fondanti.
In Svizzera, l’OCST e le altre forze cristiano-sociali iniziano azioni di solidarietà verso i polacchi: una petizione raggiunge in fretta l’ambasciata polacca di Berna e, in breve tempo, viene organizzata una raccolta fondi a sostegno della causa di Solidarność, promossa dalla stessa OCST e dalla Camera del Lavoro.
A Mendrisio viene invece proposto un incontro con Bohdan Cywiński, vicedirettore del settimanale di Solidarność, approdato in Svizzera dopo l’esilio. Il primo di una serie di incontri con delegazioni polacche.
La dura lotta di Solidarność non sarà vana: nonostante le difficoltà durante il periodo di legge marziale, la volontà del sindacato non verrà mai spezzata e il suo fondatore, Lech Wałęsa, otterrà prima un premio Nobel per la pace e poi diventerà Presidente della Polonia.
L’OCST invece, non dimenticherà mai davvero il movimento polacco. Nel 2010 infatti, in seguito a iniziative presentate al Meeting di Rimini, arrivò a Lugano la mostra «Danzica 1980». Una mostra commemorativa per i 30 anni dall’inizio delle manifestazioni nella città polacca.
Un modo per ricordare al sindacato i suoi valori originali e, soprattutto, il significato della parola solidarietà, oltre che l’inizio di una serie di incontri di formazione e di rinnovata amicizia con i sindacalisti polacchi.
Un Papa polacco
Altro elemento importante per comprendere le dinamiche che hanno permesso a Solidarność di affermarsi è da ricercare nel Papa da poco eletto a Roma.
Non a caso, agli articoli sulla rivolta in Polonia si affiancano riflessioni sugli interventi del Sommo Pontefice. Si parla ovviamente di Karol Wojtyła, divenuto Papa Giovanni Paolo II.
Nel 1979, la sua elezione appare provvidenziale: il primo Papa slavo della storia non solo proviene dalla Polonia, ma viene scelto proprio prima che i cristiano-sociali entrino in aperto contrasto con il regime sovietico.
Già durante il primo anno di pontificato decide di compiere un viaggio apostolico nella sua patria; nell’itinerario non è presente Danzica, ma il suo passaggio deve aver galvanizzato gli operai portuali della città di Solidarność.
Oltre a parlare della libertà e dei valori della Polonia, il Papa si ferma ad Auschwitz, dove dichiara: «Auschwitz non si può soltanto visitare, bisogna pensare con paura dove si trovavano le frontiere dell’odio, sulla distruzione dell’uomo, della crudeltà. Bisogna porgere ascolto al grido dell’uomo qui martoriato, per trarre le giuste conseguenze della dichiarazione dei Diritti dell’uomo». Parole che ancora oggi risuonano in questi tempi di rinnovata violenza.
Altri interventi sembrano cogliere con lucidità il disagio presente in Polonia: «L’uomo non può ridursi a bisogni materiali», e anche un effettivo invito ai giovani: «Voi tutti che giustamente desiderate cambiamenti per una società più giusta; voi giovani che giustamente contestate ogni danno, discriminazione, violenza, tormento nei riguardi degli uomini. Ricordate che l’ordine che desiderate è un ordine nobile, che poggia sulla vera forza dello spirito: giustizia, amore e amicizia».
E il sostegno si farà sempre più significativo. Tant’è che Wałęsa, negli anni 2000, dichiara: «Io che all’inizio della mia protesta potevo contare su poche decine di militanti, un anno dopo quella visita mi sono accorto che eravamo dieci milioni».
Una frase che ci ricorda come, a volte, la solidarietà possa davvero fare la differenza nei momenti più difficili.
Una vita per «il Lavoro»: la morte di Monsignor Del-Pietro
Il 29 agosto 1977 una triste notizia si diffonde nella redazione de «il Lavoro»: Monsignor Del-Pietro, fondatore, autore e combattente del giornale cristiano-sociale, viene a mancare. Dopo 71 anni di lotta, il suo cuore smette di battere durante una notte di lavoro come tante altre. In linea con la sua persona, Del-Pietro muore alla sua scrivania, dove continuava a lavorare nonostante da qualche mese la sua salute fosse ormai precaria. I suoi contemporanei ricordano la sua straordinaria forza di volontà, un’energia scaturita da un profondo senso del dovere radicato nell’animo di un vero combattente. Non importa quanto fosse stanco o debilitato: Monsignor Del-Pietro avrebbe continuato a lottare e a prendersi cura delle sue creazioni fino al suo ultimo battito di cuore.
Nel numero de «il Lavoro» immediatamente successivo alla sua morte, la redazione e alcune forze sindacali riempiono pagine su pagine del giornale: «Intrepido condottiero», «Guida» e «Padre» sono solo alcuni degli epiteti usati per descrivere il defunto.
Ci sono persone dotate fin dalla nascita di un carisma naturale per guidare gli altri, mentre altre ottengono un’aura di autorità grazie alle imprese e all’impegno profuso. I suoi amici ricordano l’impatto che aveva avuto nelle loro vite: Giuseppe Neri, collega di lunga data, racconta come Monsignore lo abbia aiutato a trovare la sua strada e lo abbia indirizzato al mondo sindacale. Adriano Pellandini, invece, scrive del loro primo incontro casuale e di come quell’episodio abbia segnato una vita di lotte. Entrambi concordano: «È il Cantone stesso ad avere un vincolo di riconoscenza verso Monsignor Del-Pietro».
L’ultimo viaggio di Monsignor Del-Pietro inizia alla Casa del Popolo di Lugano (oggi Hotel Ceresio), da dove parte per la Cattedrale di Lugano. Una messa solenne in suo onore accoglie una grande folla di amici, lavoratori, colleghi e ammiratori. Nonostante l’amore del Monsignore per la città sul Ceresio, il suo corpo verrà seppellito nella nativa Calpiogna, in Val Leventina.
Il mondo politico partecipa numeroso al funerale: i consiglieri di Stato Cotti, Bernasconi e Sadis, delegazioni del Municipio di Lugano e di Calpiogna, rappresentanti del PPD e del Partito Socialista, oltre a diversi Gran Consiglieri di tutti gli schieramenti. L’intero apparato dell’OCST si presenta compatto: ogni sezione, ogni attività, ogni anima fedele al sindacato.
Nei numeri successivi de «il Lavoro» si susseguono pensieri e dediche al Monsignore, in un continuo omaggio alle sue qualità: chi ricorda l’astuto politico, chi l’uomo di buon cuore, chi la guida di immensa cultura.
Oggi per il centenario di una delle sue creazioni predilette riportiamo una risposta che un anziano Monsignor Del-Pietro diede alla domanda: «Come vorrebbe che parlassero di lei fra cent’anni? Vorrei che non ne parlassero più!». Ci rimangono ancora cinquantadue anni per poter parlare di Monsignor Del-Pietro…
