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IL CASO

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Le trattative per un nuovo piano sociale in Bally sono state lunghe e complesse, caratterizzate da numerosi incontri e rinvii dovuti alla difficoltà di trovare un’intesa.

Lo ricordiamo: a metà settembre, a meno di un anno dall’ultima ristrutturazione, Bally Schuhfabriken SA ha annunciato la volontà di procedere a trenta nuovi licenziamenti nel reparto produttivo. Allora, tra fabbrica e uffici, persero il lavoro una sessantina di persone, mentre molti videro la propria percentuale lavorativa ridursi al 60%.
La proposta iniziale dell’azienda era nettamente al di sotto delle aspettative dei lavoratori e si fondava sull’idea che, in fondo, tutto ciò che la ditta avrebbe concesso alle persone in uscita fosse un «regalo», qualcosa di non realmente dovuto.
Che non sia così è emerso chiaramente durante la consegna delle lettere di disdetta, alla quale ho assistito. In quei momenti, la dimensione umana di un licenziamento dato a una persona di 58 anni, con una moglie e quattro figli, ha mostrato in modo evidente, sia a me sia a chi era incaricato di dare l’infausta notizia, che quando ci si siede a un tavolo per definire cosa concedere a un lavoratore licenziato non lo si fa per perbenismo di facciata, ma per tentare di colmare un vuoto profondo, laddove una vita viene inevitabilmente lacerata e messa alla prova sul piano della dignità.
Se alla fine un accordo è stato firmato, lo si deve al raggiungimento del minimo indispensabile di ciò che i lavoratori rivendicavano. Ma soltanto il minimo, e non molto di più.
Il periodo di preavviso è stato esteso per tutti a tre mesi e ciascun lavoratore riceverà, alla fine del rapporto, una buonuscita pari a tre mensilità, la stessa formula applicata ai colleghi licenziati nel novembre 2024. In alcuni casi è stata concessa un’ulteriore somma equivalente al 40% o al 60% di un salario mensile. Per rassicurare i 27 operai che rimangono alle dipendenze della fabbrica, le condizioni del piano avranno una valenza di 12 mesi.

L’ennesimo danno sociale
Dire che la firma del piano ci abbia soddisfatto sarebbe però scorretto. Perché la realtà è che, con questa firma, 30 famiglie rimangono senza reddito: con un piccolo cuscino, certo, ma senza lavoro.
Si tratta di persone altamente specializzate nel settore calzaturiero, che potrebbero avere notevoli difficoltà a reinserirsi rapidamente nel mercato del lavoro.
La nostra insoddisfazione non deriva da questioni personali nei confronti del management, anche se, in alcuni casi, mantenere rapporti cordiali non è stato semplice, ma dal contesto generale. I dirigenti locali si trovano tra l’incudine e il martello, stretti fra le nostre richieste e ciò che gli azionisti di maggioranza sono disposti a concedere.
Ricordiamo che Bally è stata acquistata dal fondo statunitense Regent LP nell’agosto 2024.


Industria: non solo numeri, ma persone
È qui che si apre la vera riflessione, di natura politica: quale modello industriale vogliamo per il nostro territorio?
Se un’impresa è guidata soltanto da logiche finanziarie, senza legami con i lavoratori e la comunità, il rischio è che guardi esclusivamente ai numeri, ignorando il tessuto sociale e l’indotto che una fabbrica genera.
Un’azienda che fa del bene al territorio deve basare il proprio operato innanzitutto sul rispetto della dignità della persona. E questo significa riconoscere che il lavoro è anche comunità, relazioni, costruzione di bene comune.
Quando tutto questo viene meno, quando un datore di lavoro non conosce nemmeno i lavoratori che impiega, il danno non è solo economico: è umano e sociale.
La politica deve interrogarsi su questo e indicare una via che riporti l’industria al servizio del territorio e della persona. Che riporti l’impresa a essere strumento di edificazione di un bene comune.
Ciò che resta, infatti, è una landa desolata: 30 persone senza reddito e altre 27 ancora impiegate che vivono nell’incertezza di perdere anch’esse il lavoro nei prossimi mesi, quando un imprenditore d’oltreoceano (che non li ha mai visti e che loro non hanno mai visto) potrebbe decidere se rimettere mano alla ghigliottina.