È entrato nel mio ufficio una mattina di settembre come tante. L’aria era fresca, le tapparelle giocavano con la luce a fare disegni sulla mia scrivania. Mi è bastato alzare lo sguardo per capire in pochi secondi che chi mi trovavo di fronte avrebbe cambiato la mia giornata.
Non cercava clamore, né uno scontro. Voleva semplicemente capire cosa gli fosse successo. Lo raccontavano i suoi occhi: spenti, smarriti. Sembrava un corpo senz’anima. Non era arrabbiato, non era deluso, era semplicemente abbattuto; e la sua dignità, lo diceva il suo volto, quasi non esisteva più: o forse ancora esisteva, ma era chiaramente stata calpestata, profanata e dimenticata da qualche parte.
E allora la domanda di rito: «Sei un nostro associato?». «No», mi rispose subito, «ma vorrei diventarlo». Per un istante ho pensato alle regole: il sindacato tutela i propri iscritti. E ho pensato anche al fatto che spesso si cerca il sindacato quando il problema è già esploso. Ma quel volto chiedeva prima di tutto ascolto.
Mi colpì così tanto, che dovetti mettere da parte le obiezioni formali. Gli dissi allora di sedersi e di raccontarmi quanto avesse da dire.
Lavori forzati
Ecco il suo racconto: per tre mesi ha lavorato quattordici ore al giorno in un ristorante ticinese. Turni che iniziavano al mattino e finivano a notte inoltrata. Lavorava da solo. Giorni liberi sulla carta, spesso riassorbiti dalle urgenze. Pause inesistenti, giusto il tempo di fumare mezza sigaretta. Una stanchezza che non si accumula soltanto nei muscoli, ma anche nella testa. Tanto che, a un certo punto, qualcosa si è spezzato.
È finito in malattia, ha iniziato a dubitare di sé e delle proprie capacità, fino ad arrivare a chiedersi se vivere avesse ancora senso, e anzi: se ciò che stava vivendo fosse veramente reale. Ed è con quel dubbio «vitale» che si era presentato nel mio ufficio.
Qualche conto
Rimasi così toccato dal suo racconto, e ancor più dall’effetto che quel racconto aveva avuto sulla persona che avevo davanti, che, prima che si facesse sera, avevo già ultimato il conteggio degli straordinari arretrati – e lo ho fatto subito sebbene non fossi tenuto in così breve tempo. Sul perché lo feci, ne parliamo dopo.
Quando abbiamo ricostruito insieme le ore lavorate, grazie ai fogli di conteggio ore che il lavoratore aveva tenuto con grande precisione, il totale ammontava a decine di migliaia di franchi di ore straordinarie mai retribuite. Se consideriamo che nei tre mesi lavorati il salario normale sarebbe stato attorno ai 14’000 franchi, in soli tre mesi, il lavoratore aveva lavorato ben più del doppio di quanto avrebbe dovuto.
Una situazione così alienante, che quando lo feci notare al lavoratore mi rispose «mi sono reso conto della situazione solo quando ho visto i calcoli fatti», quasi fosse necessario vedere qualcosa di scritto per avere la prova che tutto ciò che stava vivendo era reale.
Il numero in sé è già impressionante. Ma non è il dato più grave.
Non era la prima volta
Il peggio è che il computo numerico non è il dato più grave: nel suo racconto mi aveva confessato che non era la prima volta che lavorava quattordici ore al giorno. Mi ha raccontato che in passato aveva gestito un locale proprio. Anche allora i ritmi erano serrati, le giornate lunghe, i sacrifici continui. «Era pesante», raccontava. «Arrivavo a sera sfinito, forse non avrei potuto farlo per sempre, ma lo facevo per me. Decidevo io. Aveva un senso.»
Qui sta la differenza. La fatica scelta non è la stessa cosa della fatica imposta e neppure riconosciuta. Il problema di un lavoro che ti logora non dipende esclusivamente dall’intensità della fatica, ma anche da ciò che giustifica questa fatica.
Il lavoro duro può essere sostenibile quando è proporzionato, riconosciuto, governabile. Diventa logorante quando non ha più limiti, quando non si ha voce sull’organizzazione del proprio tempo, quando la pressione diventa permanente. Diventa logorante quando non esiste più un senso in grado di giustificarlo.
E con questa osservazione possiamo rispondere anche alla domanda lasciata in sospeso poco fa: cosa mi ha permesso, quella mattina di settembre, di prendere i documenti della persona che avevo davanti, di fargli un conteggio in tempo record, e di mettermi a sua disposizione per il recupero di questi soldi?
Una sola cosa: di fronte a una Persona calpestata nell’animo, emerge un senso profondo che giustifica il nostro lavoro e ci mette in moto. Quella sofferenza innocente, quell’ingiustizia e quel grido silenzioso e apatico di un’anima in pena null’altro hanno fatto che, in un istante, riempire di senso il mio lavoro. E un conteggio estremamente ingarbugliato per una persona a cui non dovevo nulla e in un momento in cui le altre cose da fare certo non mancavano, una fatica non da poco insomma, è diventato il senso della mia giornata. E questo pur avendo dovuto saltare il pranzo e fermarmi oltre tempo la sera. Tutte ore che io, tuttavia, ho la possibilità di recuperare.
Un caso isolato?
Ma torniamo al nostro caso, e chiediamoci: la storia di questo cuoco è isolata? Sarebbe rassicurante pensarlo. Ma non lo è. Nel settore della ristorazione in Ticino, la carenza di personale e il turnover sono cronici. I margini sono stretti, la concorrenza è forte, le aspettative della clientela elevate. In questo contesto, la tentazione di compensare sistematicamente con ore supplementari è reale.
Il problema non è l’eccezione. È la normalizzazione dell’eccesso. Turni spezzati che diventano giornate intere. Straordinari che si accumulano senza essere registrati correttamente.
Riposi che slittano. Una pressione che, lentamente, sposta verso alto l’asticella di ciò che è considerato «normale». Finché qualcuno non regge più.
E tutto ciò, va notato, sebbene un contratto collettivo della ristorazione e dell’industria alberghiera esista: il problema non è il contratto, ma il gran numero di datori di lavoro che si comportano come se il contratto non esistesse.
Il prezzo invisibile
Quando si parla di straordinari non pagati, il dibattito tende a fermarsi al piano economico. I soldi rivendicabili in questo caso sono in effetti una cifra importante. Ma il conto non è solo finanziario. C’è un costo umano che non compare nei conteggi: l’erosione della salute, la perdita di equilibrio, la sensazione di non avere più controllo sulla propria vita. Il lavoro può essere faticoso. Non dovrebbe essere distruttivo.
Raccontare questa storia non significa puntare il dito in modo generico e superficiale. Significa ricordare che dietro ogni tabella oraria c’è una persona. Che dietro ogni turno c’è un limite umano. Il compito del sindacato è anche questo: ascoltare, ricostruire, rimettere dei confini quando sono stati superati. Non per alimentare conflitti, ma per riaffermare un principio semplice: il lavoro deve permettere di vivere, non di sopravvivere o vivere male.
Oggi questo cuoco si è rimesso in piedi. Grazie ai conteggi ha trovato un accordo finanziario. Più difficile sarà però ricostruire appieno ciò che in quei mesi si è incrinato. Perché quando il lavoro smette di appartenere alla persona, qualcosa di essenziale viene meno. E questo non dovrebbe mai diventare normale.
Il lavoro nobilita l’uomo? Certo. Ma affinché il lavoro nobiliti un uomo, c’è bisogno che la persona resti al centro del lavoro. Se la persona viene cancellata, allora anche il lavoro non ha più senso.