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2018

Il Lavoro n.1 del 25 gennaio 2018 Il Lavoro n.2 dell'8 febbraio 2018
Il Lavoro n.3 del 1. marzo 2018 Il Lavoro n.4 del 15 marzo 2018
Il Lavoro n.5 del 29 marzo 2018 Il Lavoro n.6 del 19 aprile 2018
Il Lavoro n.7 del 3 maggio 2018 Il Lavoro n.8 del 24 maggio 2018
Il Lavoro n.9 del 7 giugno 2018 Il Lavoro n.10 del 21 giugno 2018
Il Lavoro n.11 del 5 luglio 2018

Prima pagina

 

Edilizia Esistono due modi di fare impresa: il primo, sempre meno di moda, è concentrato su una concorrenza leale, su prezzi di offerta equilibrati e con margini di guadagno adeguati, su investimenti aziendali costanti, su una qualità del lavoro di standard elevato, su una corretta remunerazione dei lavoratori, su un progressivo miglioramento delle condizioni di lavoro e su un costante controllo della realtà e delle disfunzioni sui cantieri.

Un modo di fare impresa che può esistere unicamente se il mercato edile ed i partner contrattuali dimostrano nei fatti «di condividere la rotta». Il secondo, molto attraente per gli speculatori, è rivolto all’affannosa ricerca della riduzione dei costi, al peggioramento delle condizioni di lavoro, allo sfruttamento della manodopera, allo smantellamento del contratto collettivo di lavoro e alla sfrenata rincorsa verso il facile ed immediato guadagno da parte di chi fa dell’etica professionale un optional.

 La situazione economica generale rimane incerta, la crisi del debito sovrano unito alle tensioni politiche e sociali presenti in molti paesi continuano ad alimentare un clima di incertezza. A queste si aggiungono purtroppo indici di debolezza della congiuntura globale. I primi segnali di questo nuovo anno non sembrano promettere al settore manifatturiero cantonale un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi mesi del 2011.

L’andamento degli affari appare contrastante, a fronte di aziende che hanno potuto consolidare le proprie entrate ordini così da tornare verso la zona di crescita, ma nella maggior parte dei casi ci troviamo confrontati con un settore industriale che risente della mutata situazione valutaria. Ad essere colpite però non sono solo le imprese esportatrici ma anche numerose imprese che, pur non essendo direttamente rivolte ai mercati esteri, sono sottofornitrici di queste ultime.

La ricaduta sul tessuto industriale cantonale è di duplice natura. Un numero per ora minoritario di aziende risente di un calo effettivo degli ordini. Nella maggior parte dei casi si continua al contrario a godere di un interessante volume di ordini ma ci si scontra con difficoltà di redditività.

È in particolare la domanda di beni di investimento (centri di lavoro, sistemi di controllo, macchine utensili) a migliorare le entrate ordini. Resta invece ancora negativo l’andamento legato ai beni di consumo (utensili, pezzi di ricambio e piccoli assemblaggi), per i quali commesse, produzione, fatturati e utili rimangono ancora molto bassi. Questa tendenza resterà tale almeno sino alla metà dell’anno.

 

In un’intervista a Enzo Lucibello apparsa recentemente su un noto domenicale, il presidente della Disti (organismo che rappresenta la grande distribuzione) si è dilettato a spargere considerazioni scriteriate che sollecitano una seppur breve presa di posizione.

L’emerito presidente torna in particolare a lasciare intendere che i sindacati avrebbero interesse a introdurre un contratto collettivo nella vendita non tanto per proteggere il personale ma perché, con i contributi di solidarietà versati dai lavoratori non sindacalizzati, incamerebbero più di un milione all’anno.

Se non gliel’avessimo spiegato e rispiegato! I contributi di solidarietà non sono destinati ai sindacati ma vanno ad alimentare un fondo, gestito pariteticamente da sindacati e commercianti, che serve per attuare scopi comuni in favore della categoria. La ripartizione del provento tra le parti firmatarie del contratto è esclusa. Non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare e il nostro presidente dimostra di appartenere a questa categoria.

Siccome le stupidaggini non camminano sole, un’altra svirgolata riguarda l’attribuzione ai sindacati (chi ne avrebbe dubitato?) della responsabilità per la rottura delle trattative sul contratto collettivo e sugli orari di apertura dei negozi. Dimentica l’emerito presidente che è la forzatura padronale sull’orario di chiusura durante la settimana ad avere comportato l’impossibilità di raggiungere un’intesa.

Malgrado le esternazioni del presidente della Disti, la necessità di tutelare il personale di vendita attraverso un contratto collettivo e l’esigenza di regolare gli orari di apertura conciliando non solo gli interessi del personale e dei datori di lavoro ma anche del piccolo commercio e della protuberante Disti rimangono inalterate.

Qualcosa di incoraggiante sembra muoversi nell’ambito dell’elaborazione del progetto di legge sugli orari di apertura dei negozi.

C’è da auspicare che si possa essere risparmiati da uscite fuori luogo provenienti dai piani alti della Disti poiché nuocerebbero visibilmente al già delicato percorso in atto.

 

 Venerdì 2 dicembre oltre 2000 lavoratori dell’edilizia di tutto il cantone hanno lasciato i cantieri per ritrovarsi a Bellinzona e manifestare per il rinnovo del Contratto nazionale mantello.

I lavoratori di tutti i fronti sindacali compatti hanno protestato per richiamare agli impresari costruttori e all’opinione pubblica l’importanza di un contratto forte per difendere le maestranze, ma anche le imprese del settore.

Riuniti in assemblea presso lo Stadio di Bellinzona hanno ribadito la loro volontà che le trattative riprendano in tempi rapidi e su un piano costruttivo. Il contratto deve puntare al «rafforzamento della protezione della salute e dei diritti dei lavoratori e ad introdurre la responsabilità solidale dell’imprenditore e del committente nelle opere di subappalto», viene indicato nella risoluzione accolta con un applauso scrosciante dai presenti.

«Bisogna rafforzare e migliorare il Contratto nazionale mantello, ve lo meritate!» ha detto Paolo Locatelli, responsabile OCST dell’edilizia.

La jungla di sfruttamento, subappalti, forme fantasiose di impiego, caporalato e irregolarità, ha minato la sicurezza e la salute sul lavoro nel settore edile in Ticino.

Il diritto d'opzione rappresenta l'obbligo che hanno i lavoratori frontalieri di scegliere se mantenere l'iscrizione al Servizio Sanitario Italiano o se iscriversi ad una cassa malati svizzera.

Mancano solo quindici giorni al termine ultimo, 31 dicembre 2011, concesso ai ritardatari per l'esercizio di tale diritto. L'ufficio competente dell'Istituto delle Assicurazioni Sociali di Bellinzona (IAS) ha accertato che circa la metà dei lavoratori frontalieri interessati non ha ancora provveduto a ritornare il modulo ufficiale TI 1. Tale modulo è stato trasmesso tramite lettera raccomandata con ricevuta di ritorno in data 14 settembre 2011 a tutti questi lavoratori ritardatari.

In ragione del grande numero di casi tuttora pendenti, si sollecitano tutte le persone che ancora non hanno dato seguito alla richiesta di provvedere al più presto a stretto giro di posta.

Rendiamo attenti che, se il lavoratore frontaliero non risponde alla lettera raccomandata esercitando il diritto d'opzione per rimanere assicurato nel paese di residenza, sarà assoggettato obbligatoriamente a una cassa malati svizzera per la copertura delle cure medico-sanitarie, con costi più elevati rispetto al sistema sanitario italiano.

Se entro il 31 dicembre 2011, (termine ultimo fissato dal Parlamento ticinese) i lavoratori frontalieri interessati non risponderanno alla raccomandata, a loro non sarà più possibile esercitare il diritto d'opzione e, come detto, verranno obbligatoriamente assicurati, compresi i familiari a carico, ad una cassa malati svizzera.