Dopo la pubblicazione del messaggio da parte del Consiglio di Stato a proposito del salario minimo, gli animi si sono scaldati e molto di più lo faranno durante le discussioni parlamentari che avranno luogo, presumibilmente il prossimo anno.
Il principio è noto, un salario minimo sarà imposto per legge, al di sotto del quale non si potrà andare. Secondo quanto sancito dal Tribunale federale in un caso analogo, è possibile imporre per legge unicamente un salario minimo sociale e non economico. Ciò significa un salario di sopravvivenza. Per mediare tra la posizione del Tribunale federale e l’iniziativa approvata dal popolo che prevedeva che venisse fissato un salario minimo settoriale, il Consiglio di Stato ha proposto di fissare una forchetta che va da Fr. 18.75 e i Fr. 19.25 all’ora all’interno della quale si situeranno i minimi salariali delle differenti professioni.
L’OCST, nella sua presa di posizione, auspicava di fissare il livello minimo a Fr. 20.34 all’ora, cioè 19,70 per la durata media di lavoro settimanale di 41,5 ore considerata nel messaggio del Governo. Si tratta in ogni caso di salari bassi, ma non bisogna perdere di vista che oggetto della discussione è il salario minimo sociale, vale a dire il minimo per vivere. Fissare questi minimi sarà utile e importante per le circa 10’000 persone che si stima oggi percepiscano meno (tra questi una parte sono frontalieri che corrispondono solo al 10 per cento dei frontalieri attivi in Ticino), ma non risolverà tutti i problemi che attanagliano il nostro mercato del lavoro.
L’iniziativa, e così la sua applicazione, assegnano alla contrattazione tra le parti sociali il compito di trasformare questi minimi vitali in salari adeguati, salari cosiddetti economici. Nell’ambito di una trattativa tra aziende e sindacati, inoltre, la discussione sul salario viene arricchita con l’introduzione di tutte quelle misure mirate e strutturate in base alle esigenze delle parti che definiscono le condizioni di lavoro.
La sola fissazione del salario minimo è dunque importante, ma non scioglierà tutti i nodi del nostro mercato del lavoro. Non risolve per esempio il problema della frammentazione del tempo di lavoro che impedisce a molti lavoratori a tempo parziale di cercare un’occupazione aggiuntiva per raggiungere un salario adeguato alla sopravvivenza. E neppure il problema della precarietà e degli eterni contratti a termine. Non risolve nemmeno le questioni della conciliazione tra tempo di lavoro e tempo privato, tra esigenze dell’azienda e della famiglia, della parità salariale o della formazione continua.
Perché solo con il dialogo sociale tutte le parti vengono responsabilizzate e si assumono il compito di regolare per quanto possibile compiutamente il mercato del lavoro. Nel corso dell’iter parlamentare sarà quindi importante non dimenticare questo aspetto e impegnarsi per rafforzare tutti gli elementi che concorrono ad andare in questa direzione. È tempo infatti che le aziende che si sottraggono alla concertazione debbano rendere conto del loro comportamento.
 
Renato Ricciardi