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Quasi tre anni per concretizzare nei minimi dettagli un contratto collettivo di lavoro (CCL) della vendita obbligatorio per il Canton Ticino. Superficialmente potrebbe sembrare il procedere di una lumaca ma, ve lo possiamo assicurare, è stato il tempo necessario per svolgere un lavoro immane e con diversi ostacoli formali da superare.
Un emendamento passato di misura in Gran Consiglio che voleva legare l’introduzione della nuova legge sulle aperture dei negozi all’entrata in vigore di un CCL nel settore, un voto referendario che ha convalidato il binomio «orari-CCL», 90 giorni per fare concertare una piattaforma contrattuale con la Federcommercio e la DisTi (Distributori Ticinesi). Tutto fatto? Magari! Subito all’opera per elaborare l’istanza di decereto di obbligatorietà al CCL.
Primo problema: in Ticino non esite un rilevamento statistico esatto per definire il numero dei negozi in attività. E quindi, tramite le cancellerie comunali e tanti chilometri percorsi a piedi nelle varie località a contare e prendere nota dei negozi, si è dovuto dapprima definire l’universo dei negozi: un vero e proprio censimento.
Secondo problema: convincere i piccoli negozianti a sottoscrivere in forma individuale il CCL. Esercizio tutt’altro che semplice se si considerano le difficoltà tra le quali il commercio nel nostro Cantone naviga da anni (turismo dell’acquisto, e-commerce, affitti elevati degli spazi commerciali): un dato su tutti, negli ultimi dieci anni, si sono persi qualcosa come 3’500 posti di lavoro a seguito di circa 450 chiusure di attività commerciali. Non ha aiutato nemmeno il fatto che si andasse in giro a far firmare un CCL che prevedesse aumenti salariali evidenti (si pensi che per i negozi con meno di 10 addetti il salario minimo da contratto normale di lavoro (CNL) è di circa 3’000 .- franchi lordi senza 13esima, mentre invece, il minimo dei minimi secondo il nuovo CCL sarebbe di fr. 3’200.- per tredici mensilità) e regole restrittive in merito al frazionamento dei tempi di lavoro (ad esempio per un’attività inferiore al 50% il collaboratore «può essere chiamato» solo una volta al giorno evitando in questo modo «la gestione spezzatino del tempo»).
Terzo problema: durante la primavera del 2018 la Seco (autorità che verifica e conferma la valdità dell’istanza di decreto di obbligatorietà generale) ci viene a dire «ragazzi abbiamo scherzato, le 132 firme del Fox Town contano come un solo centro commerciale. Prendetene atto e andate a recuperarne tra i piccoli negozianti».
In questi giorni finalmente tutto è stato fatto e l’istanza all’autorità cantonale e alla Seco di rimando è partita. La strada evidentemente non è terminata: la Seco dovrà dare un preavviso favorevole per la pubblicazione del decreto di obbligatorietà generale, chi ha legittimazione a farlo potrà fare ricorso e - molto indicativamente - ci si aspetta l’entrata in vigore nei primi 6 mesi del 2019 del CCL e dunque della nuova legge sulle aperture dei negozi.
Il meno è fatto. Il personale di vendita attivo nei piccoli negozi (si parla di circa 4’200 addetti distribuiti in poco più di 1’000 negozi) ha bisogno di un CCL che renda chiare le regole del gioco per una concorrenza leale tra negozianti e che dia dignità alle lavoratrici e ai lavoratori che sino a oggi non beneficiano di particolari difese.
 
Paolo Locatelli