Negli ultimi dieci anni, sintomo preoccupante di una situazione di disagio sociale, si viaggia con una media di nove rapine all’anno commesse nel canton Ticino a danno delle stazioni di servizio. Un problema di ordine pubblico al quale i vari corpi di polizia hanno, con molta sensibilità e merito, rivolto una particolare attenzione.

 

Atti criminali che mettono in serio pericolo la salute, l’equilibrio e la dignità del personale coinvolto e dei colleghi di lavoro. Proprio su questo secondo aspetto, l’azione del sindacato OCST è stata particolarmente determinata: mettersi al fianco di lavoratrici e lavoratori, che per guadagnarsi la pagnotta rischiano la propria incolumità fisica e psichica, rappresenta un atto dovuto al quale nessun sindacalista deve sottrarsi.

Un fenomeno che si verifica con frequenza allarmante, percepito con preoccupazione anche dalla popolazione.

Si parte da un principio legale, di valenza generale, l’art. 82 della Legge contro l’assicurazione infortuni (LAINF): «Il datore di lavoro è obbligato a prendere tutte le misure di prevenzione tecnicamente applicabili, adeguate alle condizioni dell’attività e necessarie per esperienza». Per adempiere a questo obbligo di legge, si deve di conseguenza ricorrere a specialisti della sicurezza sul lavoro, identificare i rischi ed introdurre le misure indispensabili.

Dopo una serie di atti criminali nelle stazioni di servizio, specialmente in prossimità delle fasce di confine nel Mendrisiotto durante la primavera dello scorso anno, la percezione del problema era molto diffusa. Per questo motivo – una prima a livello nazionale che merita di essere sottolineata – si è voluto costituire un gruppo di lavoro trasversale capitanato dall’Ufficio cantonale dell’Ispettorato del lavoro, affiancato da datori di lavoro e sindacalisti.

Ne è sortito un documento base indispensabile per dare l’avvio concreto ad una serie di contromisure operative da applicare nei vari negozi. Ne citiamo alcune:

l’adozione di un sistema di cassa che escluda, o almeno limiti, la presenza di denaro contante;

la sistemazione strategica delle postazioni di lavoro (dove vedo e posso essere visto);

l’adozione di un impianto che segnali l’avvicinarsi del cliente all’entrata con possibilità di blocco della porta (non si entra in un negozio con il casco in testa o, peggio ancora, con un passamontagna sul volto);

il potenziamento della luce interna ed esterna;

la sistemazione di videocamere all’entrata e sulle casse;

una campagna d’informazione sui provvedimenti di sicurezza adottati;

la formazione, in particolare su come comportarsi durante una rapina.

Si tratta di misure che non possono escludere l’azione di malintenzionati nelle stazioni di servizio, ma che possono concretamente ridurre il rischio di rapine e aggressioni e proteggere i dipendenti delle stazioni di servizio.

Una rapina è vissuta sempre come un atto di violenza personale ed ha dalle conseguenze sulla salute talvolta devastanti. Ciò che è stato fatto in questi ultimi mesi è pertanto da considerare come un sostenuto passo in avanti, nella giusta direzione. La dignità di queste lavoratrici e lavoratori passa infatti anche da misure di buon senso e di umana considerazione.

Giorgio Fonio