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Nel settore della vendita è molto complesso, forse addirittura improponibile, trovare soluzioni condivise che possano soddisfare tutte le parti in causa.

C’è chi attacca capisaldi granitici sino a pochi anni orsono: il lavoro domenicale, ad esempio, è costantemente al centro degli interessi di chi – invocando una non ben definita libertà di commercio – lo vorrebbe trasformare in una giornata lavorativa qualunque.C’è la grande distribuzione che vuole lavorare di domenica e ci sono i piccoli negozi che invece vorrebbero uscire dalla logica delle deroghe cantonali per entrare in una logica di dinamica concorrenza.C’è chi pretende di scardinare, oltre ai limiti dell’utile, i vincoli relativi alla durata di apertura dei negozi: orari più flessibili, all’insegna del motto «lavoriamo quando la clientela ce lo chiede e smettiamo di lamentarci che in molti fanno spesa in Italia».C’è chi si vuole ergere come «il datore di lavoro dell’anno», ma si guarda bene dallo spiegare come organizza la pianificazione del personale. A molti non sarà infatti sfuggita la notizia, sicuramente catalogabile tra quelle buone, dell’aumento del salario lordo più basso di LIDL a fr. 4’000.-- a partire dal 1. gennaio 2014. Nel pubblicizzare senza arrossire (ovvero, con tanto di inserto pubblicitario a piena pagina sui media della carta stampata) non hanno raccontato tutta la storia. Non hanno detto, per esempio, quante persone sono occupate a tempo pieno, con quali tipi di orario e con quali modalità di gestione del personale. Logiche di marketing.C’è chi si ritrae dalle critiche circostanziate e comprovate in rapporto al trattamento riservato ai propri collaboratori, limitandosi a sostenere a memoria – come fosse una verità incontestabile e inconfutabile – «noi ci basiamo sull’elevato grado di soddisfazione dei nostri collaboratori». La segnalazione che OCST ha inoltrato a settembre contro la catena di distribuzione ALDI all’Ufficio cantonale dell’ispettorato del lavoro (oggetto di verifica capillare durante i primi mesi dell’anno 2014) dimostrerà, a non averne dubbi, come l’asserita filantropia di ALDI non trova rivoli virtuosi nelle condizioni di lavoro riservate al personale.C’è chi, dovendo piegarsi dinnanzi ad un decreto del Consiglio di Stato che impone, dal 1. aprile 2013 ai negozi con meno di 10 persone occupate, di riconoscere ai propri collaboratori dei salari minimi «guardabili»,  trova immediatamente la soluzione geniale fai da te aumentando i salari nominali, diminuendo il grado di occupazione e – purtroppo spesso e volentieri – continuando a fare lavorare il personale a tempo pieno: una soluzione geniale fai da te che corrisponde, detta in parole semplici, a lucrare in modo becero sulle spalle dei propri collaboratori.C’è chi, con l’innesto di contratti su chiamata (o part-time variabili) che affiancano il personale fisso, alimenta costantemente la già nutrita truppa del personale «tappabuchi a tutto tondo» … e poco importa che queste lavoratrici e questi lavoratori guadagnano meno di duemila franchi al mese e sono bloccati a tempo pieno da contratti di lavoro all’insegna della massima flessibilità e disponibilità. Nota bene, questo non è la regola – in parte ineluttabile - del negozietto di paese in cima alla Valle Morobbia … ma è pure l’esempio che la grande distribuzione offre ai piccoli.Manca qualcuno all’appello? Oltre ai buoni datori di lavoro (che non fanno notizia ma meritano di essere segnalati), poco si dice delle lavoratrici e dei lavoratori. L’irrefrenabile smania di far prevalere delle logiche di mercato al benessere del personale occupato nel settore del commercio favorisce una visione strabica di tutto il problema. Ma vogliamo veramente una società che viaggia a 300 km/h sul sedile di una fuoriserie sprovvista di freni … che capotterà quindi alla prima curva stretta?Provate a leggere con occhi critici l’articolo pubblicato qui sotto: in un settore dove chi comanda il mercato non può sostenere che il costo lavoro sia il vero problema … può nel contempo permettersi – attraverso modifiche di Leggi federali e cantonali – di calpestare i diritti, le esigenze, le aspettative e la dignità di diverse migliaia di lavoratrici e lavoratori?

Paolo Locatelli


I salari non influenzano i prezzi nel commercio al dettaglio

Un articolo comparso su «La vie économique» di settembre di quest’anno, riporta alcuni interessanti dati emersi da una ricerca del 2010 riguardo ai prezzi e ai costi per le aziende attive nella distribuzione al dettaglio. Emerge chiaramente che i costi del personale in Svizzera, nonostante i salari più alti, sono addirittura inferiori rispetto ai Paesi confinanti e che l’enorme differenza di prezzo di molti beni di consumo dipende dal ruolo giocato dai fornitori stranieri
Quando si parla delle notevoli differenze di prezzo dei prodotti importati in Svizzera, si evoca spesso il tema dei salari. Questo argomento è falso almeno per il commercio al dettaglio.
Uno studio commissionato da Migros, Coop, Denner, Valora, Manor e Charles Vögele, che risale all’ottobre del 2010 mostra che gli impiegati del commercio al dettaglio ricevono, certo, dei salari più elevati in Svizzera che in Germania, in Francia, in Austria e in Italia, ma che il costo del lavoro è più basso nel nostro paese. La produttività dei salari è inoltre più elevata. Tenendo conto dell’insieme di questi fattori, quindi, gli autori dello studio sono arrivati alla conclusione che il commercio al dettaglio in Svizzera beneficia di un vantaggio del 5 per cento rispetto ai suoi quattro vicini in termini di costo salariale unitario.
Altre voci di costo che vengono alla stessa stregua messe in conto per giustificare l’alto livello dei prezzi non giocano, sempre secondo questo studio, di fatto, che un ruolo marginale.
Anche gli altri costi come l’affitto, i costi di stoccaggio e di consegna, la pubblicità e la comunicazione, l’imballaggio e l’energia generano complessivamente un rincaro dei prodotti di solo il 2 per cento rispetto ai paesi limitrofi. I fornitori svizzeri dispongono d’altra parte di vantaggi economici importanti: il tasso normale IVA è dell’8 per cento in Svizzera, contro il 19 per cento in Germania, il 19.6 per cento in Francia, il 20 in Austria e il 23 in Italia. Le imprese svizzere beneficiano del resto, di un costo del capitale e di imposizione sulle imprese che è più basso.
Con una struttura dei costi di questo tipo, i prodotti di importazione dovrebbero poter essere venduti in Svizzera a prezzi concorrenziali. I prezzi dei computer e dell’elettronica mostrano che è possibile. Perché non è il caso di altre categorie di merce?
Il problema principale è facilmente identificabile: le imprese svizzere sono costrette ad acquistare i prodotti stranieri a prezzi eccessivi presso un unico importatore o una succursale. Se vogliono ricorrere a importazioni parallele, diverse astuzie lo impediscono ; i rari esempi di importazione parallela riusciti sono un’eccezione.
Se la Migros, malgrado la sua posizione dominante, non riesce ad importare i prodotti a prezzi concorrenziali, a maggior ragione non ci riuscirà il negoziante di quartiere.
È necessario risolvere il problema alla radice con un rafforzamento della legge sui cartelli che permetterebbe alle imprese svizzere di rifornirsi all’estero ai prezzi e alle condizioni eque.