Il 1° dicembre è entrata in vigore la modifica della legge sul lavoro inerente gli shop nelle stazioni di servizio. Prima della votazione il consigliere federale Schneider-Ammann aveva garantito che l’apertura continua avrebbe interessato soltanto 24 di questi negozi al dettaglio.

Oggi la Confederazione non sa più quali shop di quali stazioni di servizio saranno interessati dalla misura.
Syna ha preso atto con preoccupazione della decisione popolare dello scorso 22 settembre. E oggi il dubbio che al popolo sia stato presentato uno specchietto per le allodole sembra trovare conferma. Altrimenti, perché il consigliere federale Schneider-Ammann si sarebbe dato tanto da fare per gli shop di sole 24 stazioni di servizio? Un segno inequivocabile lo ha dato anche il fatto che durante l’intera campagna di voto i fautori della modifica di legge hanno incentrato il dibattito unicamente sulla questione dell’assortimento. Minimizzare fino a smentire: una tattica efficace e perfetta per distogliere l’attenzione dalle vere intenzioni.
Come si spiegherebbe, altrimenti, che già tre giorni dopo la votazione il Nazionale ha approvato a grande maggioranza la mozione Buttet? L’esponente Ppd chiedeva niente poco di meno che autorizzare senza limitazioni il lavoro domenicale nelle regioni periferiche. Già a febbraio 2014 dovrà poi entrare in vigore – mediante una modifica dell’ordinanza – la mozione Abate, che intende ancorare nella legge il lavoro domenicale flessibile nei centri a vocazione turistica.

E la SECO si barcamena
Syna ha tutte le ragioni di temere che l’estensione alle lavoratrici e ai lavoratori toccati dal lavoro notturno interesserà molte più persone rispetto a quelle impiegate nei 24 shop inizialmente definiti.
Dopo il sì popolare, la circoscrizione chiaramente formulata da Schneider-Ammann prima del voto – la nuova normativa avrebbe interessato solamente gli shop di 24 stazioni di servizio – ha indotto Syna a rivolgere alla Segreteria di Stato dell’economia (SECO), l’ufficio competente per la legge sul lavoro, alcune domande incalzanti sull’attuazione. Le risposte sono alquanto deludenti, in particolare proprio riguardo alla protezione delle lavoratrici e dei lavoratori. I responsabili della SECO non vedono alcuna necessità di agire e non si assumono le proprie responsabilità, rimandando la patata bollente ai Cantoni. Le mozioni ancora in sospeso e la modifica di legge appena entrata in vigore fanno però sospettare che sia stata messa in atto proprio quella tattica del salame che i fautori della liberalizzazione avevano negato con tanta veemenza.