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Il progetto di legge cantonale sugli orari di apertura dei negozi approda dopo non poche vicissitudini in Gran Consiglio. Partito con il corretto intento di conferire linearità e coerenza a una regolamentazione legale ormai datata e disordinata, tenendo nel contempo presente la necessità sociale di tutelare adeguatamente il personale di vendita, l’esercizio si è poi sfilacciato nel tempo e negli intendimenti tanto da offrire oggi un prodotto che si presta a riserve e obiezioni decisive.

Una scelta di tempo errata
Già la scelta dei tempi, che punta a sottoporre al Gran Consiglio il progetto di legge entro l’estate, lascia trasparire, dopo un iter segnato da ripetute interruzioni e rinvii, un’accelerazione dell’ultima ora poco sensata. Si viene infatti a collocarsi su un binario temporale inutilmente sfasato rispetto ai paralleli processi legislativi che sono stati nel frattempo avviati sul piano federale.
Dopo avere accolto la mozione Lombardi, le Camere federali dovranno pronunciarsi prossimamente sul progetto di legge che autorizza su scala nazionale l’apertura dei negozi fino alle ore 20 in settimana e alle 19 al sabato. Il Messaggio del Consiglio federale è attualmente in fase di consultazione.
Essendo stata accolta la mozione Abate, è pure in fase di elaborazione una modifica dell’Ordinanza della legge sul lavoro che riguarda i negozi delle zone turistiche e in particolare le realtà commerciali come il Fox Town.
L’esito di questi due iter legislativi si sovrappone e influisce su due norme cruciali del progetto di legge cantonale. Appare perciò poco razionale anticiparne di poco l’adozione, con la probabile necessità di correggere in tempi ravvicinati la legge cantonale (in particolare i limiti di apertura in settimana e al sabato).

Un quadro sbilanciato
Dal profilo sindacale l’aspetto più decisivo risiede nell’assenza di un parallelo accordo contrattuale con i commercianti, che fissi le condizioni di lavoro del personale e che consenta di gestire congiuntamente gli effetti sul personale esercitati dal nuovo perimetro degli orari di apertura. Malgrado ripetuti tentativi, non è stato finora possibile costruire un’intesa tra le parti sociali. A ostacolarla sono meno le questioni di natura materiale quanto piuttosto la carente disponibilità dei commercianti a varare un contratto collettivo e la debole rappresentatività effettiva delle associazioni padronali.
Per l’OCST un accordo tra le parti sociali è un tassello irrinunciabile. Tra gli argomenti che concorrono ad avvalorarlo ne spiccano due, il primo di natura materiale e l’altro di carattere organizzativo. Non può infatti essere scordato che:
- le condizioni di lavoro e retributive nel settore sono generalmente modeste. Subiscono inoltre acute pressioni indotte in particolare dalla libera circolazione. Non è fortuito che il Consiglio di Stato si è visto costretto a promulgare un contratto normale di lavoro per i negozi fino a 10 dipendenti in modo da combattere il dumping salariale comprovato dalla Commissione tripartita;
- estendendo i limiti delle aperture si incentivano ulteriormente le formule di impiego flessibile del personale. Il tempo di lavoro tenderà a essere maggiormente spezzettato nel corso della giornata, così da non dovere aumentare l’organico del personale ma da poterlo impiegare nei momenti di maggiore afflusso di clientela. Di riflesso tenderà anche a incrementarsi il lavoro su chiamata. La prevalenza nel commercio di manodopera femminile, che abbina sovente l’attività professionale con i compiti educativi, comporterà un impatto sfavorevole sulla sua vita personale e familiare.
Un contratto collettivo di lavoro consente alle parti sociali, da un lato, di fissare e controllare il rispetto delle condizioni minime di lavoro come pure, dall’altro, di vigilare su un’organizzazione dei tempi di lavoro compatibile con la vita individuale e familiare del personale.

Un necessario riequilibrio
Una soluzione equilibrata impone cioè che la maggiore estensione delle aperture dei negozi sia bilanciata da un parallelo rafforzamento degli strumenti di gestione del nuovo quadro legale. L’adempimento di questa condizione è inscindibile dal coinvolgimento e dalla responsabilizzazione delle parti sociali, che devono regolare l’impiego del personale all’interno del nuovo contesto legale in modo da evitare il peggioramento delle sue condizioni di lavoro e di vita.
Il Gran Consiglio si appresta al contrario a fare un passo senza avanzare anche l’altro piede. Ne esce una soluzione inevitabilmente sbilanciata e incompleta. Né l’inserimento nella legge di una Commissione consultiva, dalle competenze molto limitate, riesce a coprire questa esigenza di pilotaggio e di bilanciamento. Solo una struttura articolata di collaborazione tra le parti sociali può garantire questa funzione.

Disponibilità ma…
L’OCST non ha mai frapposto un muro invalicabile alla discussione sul tema degli orari di apertura dei negozi. Aspetti quali:
- le valutazioni di tipo economico e occupazionale (in particolare: trarre vantaggio dalla presenza di clientela turistica e transfrontaliera);
- il cambiamento dei bisogni e delle attese dei consumatori (l’attività professionale di entrambi i coniugi impone nuovi momenti dove effettuare gli acquisti);
- l’evoluzione del concetto di consumo (il consumo diventa uno dei modi di trascorrere il tempo libero);
sono difficilmente eludibili, pena lo scollamento rispetto a una realtà in evoluzione.
Nel farlo occorre tuttavia soppesare anche la posizione del personale di vendita e le ricadute più ampie sul modo di organizzare la vita collettiva. La regolazione degli orari di apertura dei negozi non può perciò essere dissociata dall’approfondimento e dalla presa a carico del suo impatto complessivo.

La domenica sotto tiro
È il caso in particolare per l’impatto sulla domenica, giorno emblematico di riposo. Oltre a una assente considerazione degli effetti sul personale di vendita, il progetto di legge apre segnatamente le porte a una eccessiva liberalizzazione degli orari durante le domeniche. Nelle località turistiche, nelle località di confine e nelle stazioni di benzina, i negozi inferiori a 200 mq nel primo caso e a 120 mq negli altri due potranno rimanere aperti fino alle ore 22.30 non solo durante la settimana ma anche alla domenica.
La collocazione geografica e le caratteristiche del Cantone (regione turistica e di confine) inducono comprensibilmente a cogliere le opportunità offerte da questa duplice clientela (turisti e residenti d’oltre confine). Se per i consumatori locali l’ampliamento degli orari di apertura dei negozi non sfocia in un aumento degli acquisti poiché il reddito a loro disposizione non muta, queste due clientele offrono al contrario la possibilità di accrescere la cifra d’affari complessiva del commercio. Nel favorire l’aggancio di questi due gruppi non possono tuttavia essere ignorati i valori e gli interessi che possono essere toccati o persino lesi dal prolungamento degli orari d’apertura.
È tangibilmente il caso per la domenica. Il progetto di legge si sbilancia in questa direzione non soppesando e considerando a sufficienza l’opportuna tutela della natura religiosa e sociale della domenica. Ogni collettività necessita – e ha interesse a preservare – tempi sociali che non soggiacciano a criteri e regole di mercato.

Aperture e concorrenzialità
Il progetto di legge intravvede nelle aperture prolungate un auspicabile antidoto alla consistente fuga di consumatori verso i centri commerciali d’oltre confine. L’obiettivo può essere condiviso. Va tuttavia tenuto presente che il trasferimento di acquisti oltre frontiera è riconducibile in massima parte alle differenze di prezzo, peraltro acuite dal rapporto valutario sfavorevole al franco svizzero, e non tanto – a eccezione di alcuni casi puntuali – alle diverse aperture dei negozi. Un ulteriore impegno per avvicinare il prezzo di numerosi prodotti alle medie europee eserciterebbe un effetto ben più incisivo del prolungamento degli orari di apertura dei negozi.

Conclusione
Oltre alla trascurata congruenza temporale rispetto alla legislazione federale, l’OCST sollecita perciò il Gran Consiglio:
- ad attendere l’esito degli iter legislativi federali (mozione Lombardi e mozione Abate) in modo da considerarli nella formulazione della legge cantonale;
- a condizionare la messa in vigore della futura legge all’adozione di un accordo tra le parti sociali che garantisca un’adeguata tutela del personale di vendita sia dal profilo delle condizioni retributive di lavoro, sia da quello della distribuzione temporale dell’attività;
- a meglio salvaguardare il riposo domenicale e serale.
È auspicabile che la fretta di condurre in porto il progetto di legge (non da ultimo per anticipare il termine della legislatura) non sia di ostacolo a una valutazione sufficientemente soppesata del testo legislativo e dei suoi rilevanti addentellati.

Meinrado Robbiani