L’estate scorsa il sindacato OCST, raccogliendo le segnalazioni di alcuni lavoratori frontalieri, aveva comunicato la notizia che il Ministero della Salute italiano era intenzionato ad introdurre una tassa da far pagare a tutti i frontalieri per poter usufruire del Servizio Sanitario Nazionale. L’allarme era poi rientrato.

A distanza di qualche mese il problema è riesploso più forte che mai. Sono infatti numerosi i frontalieri che, recatisi all’ASL per il rinnovo della tessera sanitaria o per la scelta del medico di base, si sono sentiti dire dall’operatore che dovranno versare un’imposta variabile in funzione del reddito. Le cifre richieste sono le stesse che pagano già tutti quei cittadini non italiani che decidono di trasferirsi a vivere in Italia pur non avendo un reddito da lavoro all’interno dello Stato (ovvero quanto previsto dal Decreto Ministeriale dell’8 ottobre 1986). L’imposta è calcolata come segue:
• Aliquota del 7,5% per la parte di reddito fino a 20’658,28 € annuali (l’importo minimo è di 387 €).
• Un’ulteriore aliquota del 4% per la parte di reddito eccedente i 20’658,28 € annuali e fino al limite di 51’564,68 € annuali.
• Per i redditi superiori a 51’564 € annuali è previsto invece un importo fisso annuale di 2’788 €.
Non solo, stando alle dichiarazioni rilasciate agli sportelli dalle ASL, non sarebbe nemmeno possibile rateizzare l’importo! Come già accennato, l’imposta si applicherebbe unicamente a coloro i quali devono rinnovare la tessera sanitaria in scadenza o cambiare il medico di base.
Per quanto riguarda le basi giuridiche (comunque discutibili), rinviamo al box specifico. Qui si anticipa unicamente che la nuova imposta in ogni caso dovrà decadere quando entreranno in vigore i nuovi accordi bilaterali tra Italia e Svizzera, ovvero quando il frontaliere comincerà (seppur gradualmente) a versare in Italia l’imposta sulla persone fisiche (IRPEF). Per questa stessa ragione sono esclusi dal provvedimento quei frontalieri che già pagano l’IRPEF in Italia (i frontalieri non fiscali, più comunemente conosciuti come «fuori fascia»).

In definitiva, la tassa è ufficiale o no?
Da una parte è chiaro che questa imposta esiste, a tal punto che il numero dei frontalieri coinvolti cresce di giorno in giorno. Dall’altra al momento permane la totale confusione, in quanto il comportamento delle ASL non è uniforme. A seconda del distretto sanitario, e soprattutto a seconda dell’operatore presente allo sportello, al frontaliere può capitare di «farla franca» oppure di doversi rassegnare al pagamento dell’imposta!
C’è di più: quei frontalieri che hanno chiesto spiegazioni agli operatori ASL, richiedendo ad esempio un documento informativo ufficiale o la fonte giuridica, si sono sentiti puntualmente rispondere «picche». Come a dire che bisogna pagare senza che vi sia un quadro legale preciso! Siamo davvero all’assurdo.
Permane poi il dubbio su chi ci sia alla base di questa decisione. Il Ministero della Salute, come detto, la scorsa estate aveva dato delle direttive in questo senso. Tuttavia ad oggi risulta che solo la Lombardia abbia deciso di introdurre la tassa (non vi sono invece segnalazioni dal Piemonte), e per giunta nemmeno in modo uniforme. Quel che fa più rabbrividire è che né il Governo lombardo, né l’ASL regionale hanno preso una posizione ufficiale in merito, lasciando che il tutto proceda ancora oggi furbescamente nella penombra. Un buon modo per non perdere voti e contemporaneamente intascare qualcosa dallo stesso elettorato che si vorrebbe tutelare.


La posizione di OCST
Il principio teorico che il frontaliere debba contribuire, come tutti gli altri lavoratori italiani, al mantenimento del Sistema Sanitario Nazionale, è condivisibile.
Tuttavia l’introduzione di questa tassa è a nostro avviso più che discutibile in quanto i nuovi accordi bilaterali tra Italia e Svizzera sanciranno il pagamento dell’IRPEF per i frontalieri e risolveranno già il problema. È pertanto totalmente folle e discriminatorio andare a pescare a campione per questi anni quei pochi frontalieri ai quali scadrà la tessera sanitaria o che cambieranno il medico di base! Si consideri poi che gli importi risultano eccessivi se confrontati con le imposte versate dagli stessi lavoratori attivi in Italia, per giunta non rateizzabili!
Chiediamo in definitiva che il Governo regionale lombardo e l’ASL prendano una posizione ufficiale in merito assumendosi le proprie responsabilità e facendo una volta per tutte chiarezza. Intanto i frontalieri aspettano, alcuni con il rinnovo dell’assistenza sanitaria in sospeso.
In attesa di ulteriori informazioni, l’Ufficio frontalieri OCST resta a disposizione degli associati per eventuali approfondimenti.

Andrea Puglia, responsabile Ufficio frontalieri

 


Le basi giuridiche

In virtù dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone, il lavoratore frontaliere di norma dovrebbe iscriversi al sistema sanitario nazionale dello Stato in cui lavora. Tuttavia, in virtù di un Accordo bilaterale tra Italia e Svizzera, il frontaliere in sede di richiesta del permesso di lavoro G può esercitare un diritto d’opzione per scegliere se iscriversi alla sanità svizzera (ovvero pagare la cassa malati) oppure se mantenere l’assistenza sanitaria in Italia. Quasi tutti i frontalieri hanno optato per quest’ultima possibilità.
Guardando ora al diritto interno italiano, il Servizio Sanitario Nazionale (d’ora in poi SSN) è finanziato dall’imposta IRPEF versata da tutti i lavoratori attivi in Italia. Al contrario coloro che non hanno lavoro (bambini, studenti, inoccupati, disoccupati) hanno diritto all’assistenza sanitaria gratuita. In sintesi i lavoratori pagano la sanità per tutti. I frontalieri attivi in Svizzera e residenti in fascia di frontiera sono dunque una categoria «ibrida»: dispongono infatti di un reddito da lavoro ma fino ad oggi hanno usufruito gratuitamente del SSN. Ricordiamo infatti che al momento i frontalieri residenti in fascia di frontiera non versano l’IRPEF poiché pagano soltanto l’imposta alla fonte in Svizzera.
Già nel 2012 il Ministero della Salute, sollecitato dalla Corte dei Conti, si era accorto di questa falla nel sistema ed aveva emesso un primo parere secondo il quale il frontaliere avrebbe dovuto contribuire al mantenimento del sistema procedendo alla cosiddetta «iscrizione volontaria», la quale è regolata dal già citato Decreto Ministeriale dell’8 ottobre 1986 secondo i suddetti importi. Il concetto fu poi ribadito dalla Circolare ministeriale del 12 maggio 2015 facendo scoppiare il caso. Va poi citato l’Accordo tra lo Stato e le Regioni del 20 dicembre 2012, il quale specifica che coloro i quali devono procedere all’iscrizione volontaria al SSN possono in alternativa sottoscrivere un’assicurazione privata.

 

Frontalieri di nazionalità non italiana

Un cittadino di nazionalità non italiana può ottenere il permesso di soggiorno in Italia se:
- svolge un’attività di lavoro in Italia come dipendente o come lavoratore autonomo; in tal caso il soggetto viene automaticamente iscritto al SSN poiché versa l’imposta IRPEF. Ricevono l’iscrizione automatica al SSN anche coloro che dispongono «dell’attestazione di residenza permanente» (i cittadini comunitari possono richiederla dopo cinque anni di residenza in Italia).
- pur non svolgendo alcuna attività di lavoro in Italia, dispone di mezzi sufficienti per mantenersi senza dover ricorrere alle prestazioni sociali. In tal caso il soggetto è tenuto obbligatoriamente a sottoscrivere un’assicurazione medica in Italia. In particolare potrà effettuare l’iscrizione volontaria al SSN secondo i suddetti importi oppure potrà optare per un’assicurazione medica privata (secondo i requisiti dettati dall’Accordo tra Stato e Regioni del 20 dicembre 2012).
Un nota bene finale. Anche in questo caso va ricordato che i frontalieri residenti fuori dalla fascia di frontiera, sono tenuti a dichiarare il reddito da lavoro in Italia e a pagare l’imposta IRPEF. Questi soggetti pertanto ricadono nel caso «1» poiché essi sono già tassati come se avessero un’attività di lavoro in Italia.