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Alcuni dei cambiamenti che il Covid-19 ha introdotto nelle nostre vite sono destinati a sopravvivere anche dopo la fine della pandemia. Tra questi vi è la crescente diffusione che sta avendo il telelavoro (homeoffice). Poche aziende in passato hanno fatto ricorso a questa soluzione, perlopiù utilizzandola quale tampone provvisorio per emergenze di breve durata.
Nonostante il tema stia esplodendo in tutta la sua forza solo in questi mesi, il nostro sindacato è attivo sull’argomento da anni e ha già avuto modo in più occasioni di approfondirne i risolvi giuslavoristi, grazie anche all’attività svolta in seno all’European Trade Union Confederation, organo sindacale consultivo dell’UE con competenze sui Regolamenti comunitari che disciplinano questa materia.
 
In particolare, nel caso dei lavoratori frontalieri l’home office sottostà ad alcuni vincoli e limiti ben precisi che qui esponiamo in modo sintetico.
In base ai Regolamenti comunitari n. 883/04 e 987/09, il frontaliere può trascorrere in telelavoro al massimo il 25% del tempo totale annuo di lavoro (quindi circa un giorno a settimana per un contratto al 100%). Se si supera questa soglia, l’azienda svizzera è tenuta a pagare i contributi sociali all’INPS e a interrompere il versamento del contributo AVS.
Inoltre, in base all’Accordo fiscale sui frontalieri del 1974, il lavoratore è tenuto a dichiarare in Italia la porzione di reddito maturata durante i giorni trascorsi in telelavoro (anche se molto spesso l’imposta dovuta è bassa se non pari a zero in virtù del sistema di franchigie e detrazioni fiscali previste dall’ordinamento italiano).
Fanno eccezione i frontalieri residenti oltre la fascia di frontiera, i quali sono già tenuti a dichiarare l’intero reddito annuale in Italia.
 
Pur coscienti di questo quadro giuridico e dei limiti che esso impone, molte aziende si sono però ritrovate costrette a lasciare i frontalieri in telelavoro anche oltre la citata soglia del 25% del tempo totale di lavoro per far fronte all’emergenza sanitaria. Le conseguenze per le imprese e i lavoratori sono potenzialmente pericolose in quanto l’INPS e l’Agenzia delle entrate potrebbero avviare indagini specifiche e richiedere il pagamento di quanto loro dovuto. 
 
Per questa ragione il nostro sindacato ha più volte sollecitato le autorità italiane a concedere una deroga ufficiale per tutto il periodo di diffusione del virus affinché lavoratori e imprese vengano ufficialmente esonerati dal pagamento degli oneri sociali e fiscali in Italia.
Per il momento le autorità interpellate a livello regionale e nazionale hanno fornito solo rassicurazioni verbali; è già qualcosa ma vista la delicatezza della situazione insisteremo affinché il tutto venga messo in qualche modo nero su bianco.
 
Dal canto suo anche il Governo federale di Berna sta insistendo affinché Roma chiarisca la situazione una volta per tutte, sulla falsariga di quanto già fatto nei giorni scorsi dalla Francia per i frontalieri attivi a Ginevra e negli altri Cantoni (i quali, perlomeno per il 2020, non dovranno pagare alcun tipo di onere nel proprio Stato di residenza). 
Va infine specificato che anche le indicazioni arrivate dall’OCSE (quindi dall’UE stessa) vanno in questa stessa direzione, rassicurando ulteriormente i frontalieri e le loro aziende.
 
Come detto in apertura, l’attenzione che il nostro sindacato riserverà al tema dell’home office non cesserà con la fine dell’emergenza sanitaria e ci auguriamo che possa diventare sempre di più un argomento positivo di discussione con le aziende partner in sede di rinnovo dei contratti collettivi di lavoro. Crediamo infatti che il telelavoro, se ben regolamentato e controllato, possa essere uno strumento molto utile per aiutare la conciliazione tra il lavoro e la vita privata, grazie ad una flessibilità sostenibile a vantaggio delle madri e più in generale di tutti coloro che hanno impellenze familiari di difficile gestione. Una buona prassi di responsabilità sociale che porterebbe benefici anche sul piano della mobilità stradale e della tutela dell’ambiente. 
Andranno d’altra parte evitate alcune derive potenzialmente pericolose, quali la possibile scomparsa del confine tra il lavoro e il riposo, anticamera del burnout. Come in ogni processo legato al lavoro, al centro dovrà sempre rimanere la persona con le sue esigenze, così che la tecnologia possa essere serva del lavoratore evitando il viceversa.
 
Andrea Puglia