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Il 5 novembre il Gran Consiglio ha approvato l’aumento del moltiplicatore comunale per tutti i frontalieri al 100%.
Capiamo anzitutto di cosa si tratta. In Svizzera il sistema fiscale riflette la struttura federalista della Confederazione e dunque le imposte vengono prelevate da Confederazione, Cantoni e comuni.

Anche l’imposta alla fonte pagata dai frontalieri e dai detentori di permesso B viene calcolata sulla base delle tre componenti (federale, cantonale e comunale). Diversamente dalla prime due, la parte comunale varia da Comune a Comune. Ogni Comune decide il livello delle sue imposte, fissandolo ad una percentuale dell’imposta cantonale (il cosiddetto moltiplicatore comunale), che in molti casi si situa al di sotto del 100%. Ora, siccome i frontalieri non hanno la residenza in un Comune ticinese, la loro imposta alla fonte è sempre stata calcolata sulla base di un moltiplicatore comunale medio che per il 2014 era pari al 78%.
Con il provvedimento approvato ora dal Gran Consiglio, il moltiplicatore comunale per i frontalieri sarà elevato al 100%. Ne conseguirà un aumento dell’aliquota dell’imposta alla fonte di massimo un punto percentuale: se per esempio un frontaliere pagava un’imposta alla fonte pari al 5%, da gennaio lo stesso pagherà generalmente un’imposta di poco inferiore al 6%. Per i redditi inferiori ai 4’000 franchi lordi mensili l’aumento potrebbe essere ancora minore se non addirittura nullo (a dipendenza del salario e del carico di famiglia supportato dal lavoratore).
Dal provvedimento sono infine esclusi i frontalieri residenti fuori dalla fascia di frontiera e i permessi B: la loro imposta alla fonte rimarrà pertanto invariata.
Nonostante i pareri positivi raccolti da fonti autorevoli (su tutte la Commissione tributaria), la tenuta giuridica della proposta resta labile poiché va ad intaccare il principio di non discriminazione fissato dall’Accordo sulla libera circolazione delle persone. Attualmente, come detto, le imposte alla fonte pagate dai lavoratori frontalieri vengono calcolate sulla base di un moltiplicatore comunale medio che garantisce la sostanziale parità di trattamento fiscale con i cittadini residenti.
Al contrario, scostandosi dal moltiplicatore medio, si violerà questo equilibrio istituzionalizzando un sistema che finirà per discriminare il frontaliere. È pur vero che nell’ultimo anno il moltiplicatore di molti comuni in Ticino è lievitato di parecchi punti percentuali, arrivando in alcuni casi al 100%: tuttavia nel caso dei frontalieri sarebbe stato molto più logico (e giuridicamente sostenibile) un ricalcolo del moltiplicatore medio piuttosto che l’imposizione del moltiplicatore massimo per tutti. Una scelta, dunque, sulla quale potrebbe incorrere presto un ricorso.
Andando oltre questo discorso «tecnico», ciò che preoccupa non è tanto l’inasprimento fiscale in sé (che come detto sarà minimo), quanto piuttosto l’ideologia discutibile che vi sta alla base. Nel tessuto sociale del Cantone è andata prendendo corpo una comprensibile insofferenza verso la libera circolazione delle persone che ha permesso l’ingresso in Ticino di un alto numero di frontalieri con salari inferiori alle esigenze economiche dei residenti. Si è così generato un pericoloso fenomeno di dumping salariale che ha provocato un abbassamento delle retribuzioni medie. Da qui la politica (alla ricerca di facili consensi) ha individuato nei frontalieri un comodo capro espiatorio, finendo per descriverli come la causa stessa del dumping, oltreché di altri mali (traffico, mancanza di lavoro). Un’azione decisamente controversa che nasconde dietro tante chiacchere l’effettiva verità: se il frontaliere accetta contratti talvolta incresciosi è soltanto perché in Svizzera vi è qualcuno pronto a proporglieli speculando sul suo bisogno di lavoro e sulla situazione di crisi in Italia.
Il sindacato è l’unica voce che oggi ha scelto di andare controcorrente, accusando i veri artefici del dumping salariale. In Gran Consiglio i deputati PPD che rappresentano la voce del sindacato OCST si sono esposti in prima persona dimostrando quanto sia infondato incolpare i frontalieri e sottolineando la dignità di tutti i lavoratori, senza distinzioni discriminatorie. Si è così ribadito che la responsabilità del dumping salariale e dei dissesti del mercato del lavoro ticinese ricade unicamente su quegli imprenditori che utilizzano la libera circolazione delle persone a fini speculativi, senza considerare adeguatamente i bisogni e le attese del territorio.
L’aumento del moltiplicatore comunale colpirà ancora una volta i lavoratori lasciando immacolato chi ottimizza i profitti sui loro salari. Frenare il dumping salariale è possibile rafforzando le misure accompagnatorie e puntando sui contratti collettivi di lavoro i quali reimposterebbero la concorrenza tra i lavoratori sui binari di una perfetta lealtà e di una virtuosa convivenza.

Andre Puglia, Responsabile ufficio frontalieri