Una ditta del Luganese che converte i salari in euro ad un cambio a lei favorevole è stata condannata a versare la differenza rispetto al cambio normale.

L’istanza dell’OCST e la decisione del giudice

Nel caso concreto, una istanza inoltrata dall’OCST ribadiva che, in presenza di un contratto collettivo di lavoro con i salari minimi espressi in franchi, i dipendenti debbano percepire la retribuzione in moneta svizzera. Chiedeva pure che, nel caso di una loro conversione in euro, debba fare stato il cambio del giorno.

Il giudice di pace, competente a dirimere il caso poiché la controversia patrimoniale non supera i cinquemila franchi, ha statuito che «il cambio proposto e fatto sottoscrivere è manifestamente sproporzionato rispetto alle quotazioni di quei giorni ed a sfavore della dipendente... Ne consegue in modo evidente che detta sproporzione si configura come un riportare sul lavoratore il rischio d’impresa …». La ditta è stata conseguentemente condannata a rifondere alla dipendente la differenza tra il cambio effettivo e quello stabilito dalla ditta.

L’esito di questa istanza è manifestamente prezioso poiché codifica che un’eventuale conversione in euro non può essere

 fatta ad un cambio fissato artificialmente dalla ditta (ed evidentemente in suo favore) ma deve riflettere i valori del momento.

Una necessaria modifica legislativa

Questa decisione non consente di risolvere alla radice e integralmente il tema dei salari in euro. Rimangono di attualità le preoccupazioni già espresse e la richiesta dell’OCST di vietare il pagamento dei salari in moneta estera o perlomeno di inserire questa possibilità tra le misure di accompagnamento applicabili in caso di abuso.

Questo tema è già stato portato anche in ambito politico. Sul piano cantonale, una dettagliata interrogazione di Gianni Guidicelli aveva tra l’altro condotto il Consiglio di Stato ad esprimersi in favore di una modifica del Codice delle Obbligazioni che renda imperativa la disposizione sul versamento del salario in moneta legale.

Sul piano federale, sollecitato da una domanda e da una successiva mozione di Meinrado Robbiani in Consiglio nazionale, il governo federale si era invece detto contrario al divieto di pagare i salari in moneta estera. Non aveva nemmeno aderito alla proposta di inserire tra le misure di accompagnamento alla libera circolazione la possibilità di vietare i salari in euro.

Un tema aperto

Questo problema, che è fonte di possibili manovre speculative da parte delle aziende, rimane perciò sul tappeto. La decisione ottenuta nella controversia aperta dall’OCST consente di ottenerne una prima arginatura. Si fa cioè un passo significativo nella direzione auspicata dal sindacato e si concorre a restringere il campo degli artifici di cambio penalizzanti per i lavoratori. L’OCST se ne compiace. Forte di questa iniziale convalida proseguirà nella battaglia per evitare che il cambio diventi strumento di decurtazione dei salari.