La pressione sui salari è sempre più forte nell’area europea. Qualche mese fa erano emersi dati secondo i quali in Italia i salari nelle diverse professioni sarebbero i più bassi in Europa. Queste indicazioni di Eurostat erano poi state criticate dall’Istat, Istituto statistico italiano, che aveva segnalato che si trattava di dati non più attuali. La situazione non è comunque molto migliorata da quelle indicazioni.

L’introduzione della libera circolazione delle persone ha aggravato anche in Ticino la pressione subita in questo ambito. La situazione rende necessaria un’estensione delle regole e dei controlli per proteggere i lavoratori dal dumping salariale, una realtà sempre più concreta alle nostre latitudini, come dimostrano le denunce del nostro sindacato negli ultimi mesi. La classe imprenditoriale sembra non accorgersi di questa situazione. Lo dimostrano le dichiarazioni dell’Unione svizzera degli imprenditori che, dopo aver definito il mercato del lavoro svizzero flessibile e aperto nel confronto internazionale, chiede che vengano aboliti i salari minimi stabiliti per legge e che venga notevolmente abbassato il tasso di conversione del secondo pilastro.

 

La politica di area liberale nel Parlamento nazionale sostiene le posizioni del mondo imprenditoriale definendo «strisciante» l’estensione dei contratti collettivi di obbligatorietà generale. Di fronte a questo, persino i ministri di area liberale si pongono alcuni dubbi: note le dichiarazioni di Johann Schneider-Amman che ha riconosciuto l’importanza dell’introduzione dei contratti collettivi per mantenere dei livelli salariali decorosi, specialmente nelle regioni di confine.

Anche a livello delle amministrazioni locali c’è chi loda l’insediamento sul nostro territorio di aziende a bassissimo valore aggiunto, sia per i livelli salariali che per tasso di occupazione locale.

La nostra Aiti del resto non si tira indietro e vuole mostrarsi, in questo senso, proiettata verso il futuro. Entreranno nella storia le dichiarazioni di sostegno del suo direttore ad una piccola impresa di frontiera, il cui direttore è attivo membro dell’associazione, nella quale si è deciso di versare gli stipendi in euro ad un cambio fissato in base a criteri difficili da penetrare anche per un esperto di Forex.

A livello teorico si loda giustamente la contrattazione tra le parti sociali; a livello pratico si mettono di fatto da parte i sindacati per favorire l’accordo individuale tra impresa ed impiegato, come se il potere contrattuale di un dipendente, specialmente in un periodo di crisi occupazionale e di pressione dall’estero, fosse lo stesso del suo datore di lavoro. È evidente che laddove faticano i sindacati a porre le basi di un dialogo costruttivo, ancora meno potranno fare i singoli lavoratori.

Del resto l’idea che un mondo del lavoro sempre più flessibile e salari più bassi possano favorire l’economia e l’occupazione, non è verosimile. Un certo mondo imprenditoriale si dimentica che non può esistere un’impresa sana in una società sofferente: è il potere d’acquisto delle famiglie che sostiene l’economia.