Un rapporto della Segreteria di Stato dell’economia (SECO), in risposta ad un atto parlamentare, torna a ribadire che la libera circolazione delle persone non incide negativamente sui livelli salariali.

Questa costatazione copre anche le regioni di frontiera, notoriamente più esposte alle ricadute della libera circolazione. È sconfortante costatare che su questo tema la SECO continua a tenere la testa sotto la sabbia, trasformando in un dialogo tra sordi il confronto sull’impatto della libera circolazione.  Sbaglia la SECO, seguita a ruota dal Consiglio federale, a sminuire i problemi delle regioni di frontiera e a non affrontarli di petto. Attenendosi a questa traiettoria non si fa altro che intaccare irreversibilmente la credibilità delle tesi a sostegno della libera circolazione quale anello ineludibile degli accordi bilaterali. I problemi vanno sì inquadrati in un orizzonte più ampio, che è quello degli effetti favorevoli degli accordi bilaterali sull’economia della Svizzera, ma non vanno occultati. Vanno evidenziati senza remore e affrontati con rigore se si intende rendere più accettabile la linea del governo e del parlamento in favore degli accordi bilaterali.
L’estensione della libera circolazione alla Croazia, attorno alla quale si sta dibattendo, dovrebbe perciò essere l’occasione per potenziare le cosiddette misure di accompagnamento volte a lottare contro gli abusi. Soprattutto tenendo presente la situazione delle regioni di confine, dove l’impatto della libera circolazione sui salari è davanti agli occhi di tutti. Basterebbe dare un’occhiata ai rilevamenti più recenti dell’ispettorato del lavoro in Ticino per rendersene conto. Un briciolo di senno in più eviterebbe alla SECO di fare affermazioni inutilmente smentite dalla realtà, a danno della sua stessa immagine e credibilità.

Meinrado Robbiani