Salari

 La pressione sui salari è sempre più forte nell’area europea. Qualche mese fa erano emersi dati secondo i quali in Italia i salari nelle diverse professioni sarebbero i più bassi in Europa. Queste indicazioni di Eurostat erano poi state criticate dall’Istat, Istituto statistico italiano, che aveva segnalato che si trattava di dati non più attuali. La situazione non è comunque molto migliorata da quelle indicazioni.

L’introduzione della libera circolazione delle persone ha aggravato anche in Ticino la pressione subita in questo ambito. La situazione rende necessaria un’estensione delle regole e dei controlli per proteggere i lavoratori dal dumping salariale, una realtà sempre più concreta alle nostre latitudini, come dimostrano le denunce del nostro sindacato negli ultimi mesi. La classe imprenditoriale sembra non accorgersi di questa situazione. Lo dimostrano le dichiarazioni dell’Unione svizzera degli imprenditori che, dopo aver definito il mercato del lavoro svizzero flessibile e aperto nel confronto internazionale, chiede che vengano aboliti i salari minimi stabiliti per legge e che venga notevolmente abbassato il tasso di conversione del secondo pilastro.

Le strategie delle grandi imprese del commercio e della vendita, così come le banche, gli enti assicurativi e le grandi imprese dei diversi settori non cambiano mai, restano cioè ciniche, prive di inventiva e di contatto con la realtà.

Quando gli affari vanno a gonfie vele e gli utili crescono a dismisura, non piagnucolano come di solito, ma, comunque, adottano strategie informative da cassandre per creare incertezza e paure sulla tenuta dei mercati e dell’economia, col fine di giustificare mancati adeguamenti sociali e salariali che avrebbero dovuto rivalutare il potere d’acquisto dei salariati.

Di questi tempi li sentiamo piangere perché gli utili netti si sono ridotti rispetto agli anni d’oro, in cui il mercato era in costante crescita. Siamo succubi di manager, privi certamente di senso della misura, se non di professionalità, troppo abituati alla crescita. Ma alla crescita di che cosa?

 

Una ditta del Luganese che converte i salari in euro ad un cambio a lei favorevole è stata condannata a versare la differenza rispetto al cambio normale.

L’istanza dell’OCST e la decisione del giudice

Nel caso concreto, una istanza inoltrata dall’OCST ribadiva che, in presenza di un contratto collettivo di lavoro con i salari minimi espressi in franchi, i dipendenti debbano percepire la retribuzione in moneta svizzera. Chiedeva pure che, nel caso di una loro conversione in euro, debba fare stato il cambio del giorno.

Il giudice di pace, competente a dirimere il caso poiché la controversia patrimoniale non supera i cinquemila franchi, ha statuito che «il cambio proposto e fatto sottoscrivere è manifestamente sproporzionato rispetto alle quotazioni di quei giorni ed a sfavore della dipendente... Ne consegue in modo evidente che detta sproporzione si configura come un riportare sul lavoratore il rischio d’impresa …». La ditta è stata conseguentemente condannata a rifondere alla dipendente la differenza tra il cambio effettivo e quello stabilito dalla ditta.

L’esito di questa istanza è manifestamente prezioso poiché codifica che un’eventuale conversione in euro non può essere

 Il 13 dicembre 2011 il Consiglio federale ha conferito l’obbligatorietà generale al contratto collettivo di lavoro per il settore del prestito di personale. La dichiarazione di obbligatorietà generale disciplina le condizioni di lavoro dei lavoratori impiegati da aziende medie e grandi di fornitura di personale a prestito.

Saldando obiettivi di salvaguardia dell’economia e dell’occupazione, il governo cantonale ha presentato negli scorsi giorni due pacchetti di misure straordinarie: l’uno a sostegno delle imprese, confrontate alle difficoltà derivanti dalla sopravvalutazione del franco svizzero, e l’altro in favore dell’inserimento professionale dei disoccupati costretti a fare capo all’assistenza sociale.