Il primo aprile 2026 entrerà in vigore in Ticino la misura che introduce la partecipazione degli utenti ai costi delle cure a domicilio fino a quindici franchi al giorno. Una decisione che, secondo il Consiglio di Stato, dovrebbe contribuire al contenimento della spesa pubblica e alla sostenibilità del sistema, ma che solleva serie preoccupazioni dal punto di vista sociale, sanitario e del funzionamento complessivo del settore.
L’introduzione di un costo diretto a carico degli utenti colpirà in particolare il ceto medio e tutte quelle persone che non beneficiano delle prestazioni complementari, tra cui molte persone anziane e pensionate. Anche importi apparentemente limitati possono diventare un ostacolo concreto all’accesso alle cure, inducendo alcune persone a rinunciare o a ritardare interventi essenziali. Ciò comporta un rischio reale di peggioramento delle condizioni di salute, di perdita di autonomia e di qualità della vita, oltre a un possibile trasferimento del carico assistenziale sui familiari o a un ricorso più precoce alle strutture residenziali, con costi sociali ed economici potenzialmente superiori.
Questa misura appare inoltre in contrasto con gli orientamenti della politica sanitaria cantonale e federale, che da anni promuovono il mantenimento a domicilio come soluzione preferibile, sia per il benessere delle persone sia per il contenimento dei costi complessivi del sistema. Va anche ricordato che in numerosi altri Cantoni la partecipazione ai costi è più contenuta e meglio mirata, con limiti più bassi ed eccezioni esplicite a tutela delle situazioni più fragili, a dimostrazione del fatto che esistono margini per soluzioni più equilibrate e socialmente sostenibili.
Accanto agli effetti sui pazienti, la misura rischia di accentuare una distorsione già presente nel settore delle cure a domicilio. I fornitori con mandato di prestazione, sottoposti a vincoli di qualità, controlli pubblici e al rispetto dei contratti collettivi, subiranno una riduzione del finanziamento cantonale e saranno costretti a recuperarla direttamente dagli utenti. I fornitori senza mandato di prestazione, invece, non subiranno alcuna decurtazione e potranno scegliere liberamente se fatturare o meno, beneficiando in ogni caso di un vantaggio concorrenziale. Il rischio è quello di favorire i soggetti meno regolamentati, incentivare comportamenti opportunistici, alimentare concorrenza sleale e dumping salariale, a scapito della qualità delle cure e delle condizioni di lavoro.
Alla luce di queste criticità, l’OCST e Generazione Più chiedono al Consiglio di Stato di sospendere l’entrata in vigore della misura e di avviare rapidamente un confronto serio con le parti sociali e le organizzazioni rappresentative dei pazienti, al fine di individuare correttivi che garantiscano equità, trasparenza e una reale tutela delle persone più fragili e dei lavoratori del settore.
OCST e GenerazionePiù