In un recente commento, Gianni Righinetti ha affrontato il controverso tema della riapertura della scuola dell’obbligo dopo lo stop imposto dall’emergenza COVID-19. In particolare, c’è un passaggio che ha attirato la mia attenzione: «La scuola a distanza, per chi frequenta le Medie, non è stata scuola, ma una sorta di gioco allo scaricabarile, con i genitori costretti a dover svolgere il mestiere del docente». Una frase forte, ingenerosa nei confronti dei docenti che hanno svolto un ruolo centrale nel periodo del lockdown.

Inizio con il dire che non nego e in parte posso condividere la preoccupazione e il disagio espresso in relazione al ruolo delle famiglie durante questa nuova forma di insegnamento. Non posso però trovarmi d’accordo con chi all’interno della nostra società ritiene che il ruolo del docente sia venuto meno oppure che quest’ultimi abbiano in qualche modo beneficiato di un periodo di vacanza anticipata.

I docenti delle scuole ticinesi si sono messi in gioco per cercare di sostenere i propri allievi, nel proporre lezioni e attività in un contesto surreale. Proverò ad elencare alcune criticità, che ai più sono passate inosservate ma che, per chi si è ritrovato con coscienza e nel pieno rispetto della missione formativa alla quale si è voluto dedicare la propria professione, hanno avuto un peso non indifferente. Inizierò con il dire che molti docenti sono anche genitori e quindi, nella fase più acuta della chiusura, hanno dovuto coniugare il ruolo genitoriale con quello professionale. Una situazione simile a molte lavoratrici e molti lavoratori ma che, a differenza di altre professioni, implicava una presenza davanti ad un’aula virtuale alla quale bisognava dare attenzione e insegnamento. A questo aggiungiamo poi la rielaborazione dei programmi e delle lezioni.

Chi ha potuto seguire i propri figli si sarà reso conto che l’istruzione a distanza non si limitava ad una sola presentazione di argomenti ma il docente, con maggior difficoltà, ha dovuto cercare di accompagnare tutti gli allievi al raggiungimento di uno stesso obiettivo. Vi è poi il tema relativo all’infrastruttura. Se da una parte possiamo lodare l’impegno con cui si è messo a disposizione della scuola la rete informatica per trasformare le aule in «camere virtuali», in particolare grazie al lavoro del CERDD, non possiamo negare a quest’ultimi non sia stato messo a disposizione tutto il materiale necessario per svolgere il difficile compito che la società ha affidato a loro. Questa esperienza dimostra ancora una volta come il ruolo della scuola e dei docenti sia centrale nella nostra società e nell’interesse di tutti, allievi e famiglie comprese, sarà necessario evitare luoghi comuni che potrebbero unicamente avvelenare il dibattito in vista della riapertura di settembre che in ogni caso non potrà avvenire senza un vero coinvolgimento di chi la scuola la vive. 

 
Giorgio Fonio

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